“Come pietra paziente”, di Atiq Rahimi

In una Kabul messa in ginocchio dalla guerra civile, una giovane donna accudisce il marito, eroe di guerra, in coma. Via via l’uomo diventa il depositario incosciente dei suoi segreti: la sua “pietra paziente”, cui sussurriamo le nostre confidenze prima che vada in frantumi. Un giorno compare davanti alla donna un soldato gentile e inesperto che la crede una prostituta, accelerando il suo processo di consapevolezza sessuale e di emancipazione dalla sudditanza femminile afgana. Era un romanzo prima di diventare un film: la storia inventata da Atiq Rahimi, scrittore e regista, necessitava di una trasposizione potente, che rendesse la staticità dell’ambientazione un punto di forza anziché un limite. E così è stato: Come pietra paziente parte con lentezza e poi cresce, insieme al processo di maturazione della donna, che impaurita e trascurata via via acquisisce coraggio e malizia. Fino a quel sorriso dell’ultima inquadratura, che racchiude emozioni forti, contrastanti come la lacrima e il rossetto accostati. La splendida Golshifteh Farahani riesce a far vibrare il suo personaggio di rabbia e dolcezza in ogni momento, e a catalizzare l’attenzione dello spettatore anche quando il regista vuole trasmettere la noia esasperante della sua vita, cui fa da contraltare solo la paura. Poi subentra l’amore delicato di chi non comanda e preferisce lasciarsi guidare. Ma la protagonista indiscussa è sempre lei: il suo viso valorizzato di continuo dalle inquadrature, la sua nudità soltanto suggerita, i suoi sorrisi che poco a poco rimpiazzano le sue espressioni scorate.

La macchina da presa non cessa mai di seguirla. La stanza in cui giace il marito simboleggia la sua interiorità, ed è lì che cercando un dialogo con chi non l’ha mai ascoltata finisce per ascoltarsi. Gli altri spazi – come l’elegante casa della zia prostituta, complice della sua liberazione, o lo scantinato in cui lei e i vicini si nascondono terrorizzati – sono le tappe quotidiane che la guerra ha deciso per lei. Quell’orrore della guerra che il regista riesce a farci odorare appieno: il caldo, la sporcizia, le macerie che diventano naturale sfondo urbano, lo scoppio delle bombe che coglie di sorpresa ma quasi non stupisce più. L’impazzimento di chi non riesce a sostenere questa normalità. Le uniche oasi di ristoro da un presente tanto destabilizzante sono i flashback, che coincidono con i racconti della donna. Ma sono affrontati dal regista senza soluzione di continuità col presente: stessa luce, stesso ritmo, stessi colori tenui, come a rimarcare l’atemporalità del racconto e di una guerra che dilania l’Afghanistan da venticinque anni. Eppure Come pietra paziente non diventa mai manifesto politico: «filmare la parola» era il primo desiderio di Atiq Rahimi, e possiamo dire che è riuscito a fare molto di più.

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Titolo originale: Syngué Sabour

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Regia: Atiq Rahimi
Interpreti: Golshifteh Farahani, Hamidreza Javdan, Massi Mrowat, Hassina Burgan
Distribuzione: Parthénos
Durata: 103’
Origine: Francia, Germania, Afghanistan 2012