Blog DIGIMON(DI) – Come si fa a non amare…. #Love?

E improvvisamente tutte le immagini (e l’immaginario) di cui ci nutriamo quotidianamente, non contano più. Tutte le storie fantastiche, le Star Wars, le Vinyl, i film di avventura, comici, fantascientifici, horror, le commedie demenziali, sì, improvvisamente, anche Zoolander ci appare terribilmente obsoleto, senza futuro. Non abbiamo più voglia di volare con l’immaginario fantastico, di ridere con la distruzione degli stereotipi, di piangere con i mèlo anni cinquanta, di angoscianti effetti vintage che ci riportano in anni settanta da cartolina (in un’era dove le cartoline sono già di per sé, vintage….). Non abbiamo più voglia di niente altro.

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Vogliamo solo e soltanto la seconda serie di Love!

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Ma cosa diavolo ha fatto questo dannatissimo Judd Apatow? Ha preso il suo cinema meraviglioso, così piccolo, minimalista, leggero, sensibile, dolce e assolutamente “naturale”, e lo ha concentrato in una serie in 10 piccole grandi puntate, da poco più di mezzora, come fosse una sit-com, ma con il respiro della serie lunga, insomma creando un contenitore di tipo nuovo dove tutto l’immaginario collettivo cinematografico e televisivo degli ultimi anni, così come lo abbiamo vissuto e conosciuto, implode e scompare dietro alle storie ultraminimaliste di Gus (Paul Rust) e Mickey (Gillian Jacobs).

E non ci resta altro, che guardarli vivere, come fosse un meraviglioso “specchio della vita”, per immergerci nei nostri sguardi perduti, nelle nostre fragilità quotidiane, nel nostro disperato bisogno dell’altro…

Cosa fanno questi due strampalati personaggi? Niente, o meglio tutto, ovvero: vivono. Fanno la spesa al supermarket, si ubriacano, sentono musica, cantano, mangiano, suonano, lavorano, litigano, fanno passeggiate, vanno a cena al ristorante, alle feste nelle grandi case con giardini, si infilano nei raduni di maghi, o di alcolisti anonimi, entrano a gamba tesa nelle riunioni di sceneggiatori di serie tv, fingono di essere ascoltatori che intervengono in trasmissioni radiofoniche, si ubriacano (2), si fanno di tutto quello che gli capita, si perdono nella metropolitana con dei simpatici e folli sconosciuti…. Insomma fanno quello che facciamo tutti. Cioè combattiamo.

I’ll fight, I’ll fight, I’ll fight, I’ll fight for you, canta Wilco, nella scena finale di questa Prima Serie, che è come una persona cara, che abbiamo sempre vicina, al nostro fianco, con la quale interagiamo quotidianamente, attraverso tutti i canali e dispositivi di cui la vita oggi ci permette di disporre e, improvvisamente, scopriamo che questa e solo questa è la persona con la quale vogliamo stare, magari per baciarci fuori da un supermercato, con le buste in terra, tra i distributori di benzina.

Love sembra essere il vertice (finora) di una poetica, quella di Apatow, che porta la filiera del demenziale dagli anni settanta del XX secolo ai cuori fragili, e corpi impazziti, della commedia emoticon del XXI secolo.

Già, gli emoticonTutto Love sembra costruito – oltre che sulla disperazione magnetica dei due protagonisti – sui nostri corpi attuali, forse una fase di passaggio, che le generazioni successive guarderanno con un misto di curiosità divertimento e tenerezza, cosi dannatamente attaccati a quel dispositivo mobile che, a volte, sembra essere l’ultima arma possibile contro lo spettro del nuovo millennio: la paura della solitudine.

C’è una scena, in cui Mickey (una pazzesca Gillian Jacobs, che sembra essere la versione dieci anni di meno di Leslie Mann, e forse tutta questa storia è magicamente autobiografica di come un nerd possa conquistare il cuore della bella, ma fragile e incasinatissima, ragazza), si ritrova tra un gruppo di alcoliste anonime, e una di queste, finalmente, confessa: “Ho passato la vita a cercare di stare da sola perché mi terrorizzava”). Mickey la guarda, sempre più sconvolta e disperata, il suo sguardo è un misto di nausea e pianto. Ecco: dove sono finite le nostre solitudini? Dove quegli spazi dove i nostri immaginari potevano giocare con se stessi, leggendo un libro, camminando in solitudine, respirando il proprio corpo come entità a se…?

Love prende quello che sono, ormai, diventati i nostri corpi, disperatamente aggrappati al dispositivo mobile che ci tiene “agganciati” agli altri, e ci trasforma in corpi dipendenti, ormai incapaci di vivere senza il “contatto” costante con gli altri, che sia la telefonata, il messaggio, o la foto pubblicata su Instagram dalla persona che, forse, amiamo. E’ come se non fossimo più capaci di vivere senza, non tanto il dispositivo in sé, quanto senza che gli altri irrompano sempre e continuativamente nella nostra vita, sia pure attraverso post sui social, o altre passerelle di vita quotidiana. Apatow non ha quasi pietà, o forse ne ha troppa, di noi: i cellulari sono ovunque, dappertutto, quasi in ogni scena, fino a diventare protagonisti assoluti, come nella divertente e assurda scena della cena tra Gus e Bertie, la coinquilina amica di Mickey, dove quest’ultima guiderà una sorta di regia occulta della serata attraverso un portentoso scambio di messaggi tra i tre.

Siamo soli, fragili e disperati, con lo sguardo continuamente rivolto verso il basso, a controllare l’ultimo messaggio arrivato o post pubblicato. Le vite ci sfuggono giorno per giorno, le guardiamo scorrere, come se fossimo un regista di noi stessi, e non sappiamo resistere alle nostre, tante, troppe tentazioni, che siano il cibo, l’alcool, la droga o il sesso, poco importa. I corpi e le relazioni che ridisegna Apatow, sono corpi in Love, corpi d’amore. Corpi e cuori impauriti, a volte incattiviti, certo ormai incapaci di affrontare la solitudine come una “necessità”, un qualcosa che ci permette, come l’aria pulita, di stare meglio, soprattutto con gli altri.

Tutti abbiamo delle dipendenze, tutti abbiamo qualcosa da nascondere (per fortuna!) e come non possiamo non amare Mickey quando confessa, quasi in lacrime, che, tra le altre, ha una “dipendenza affettiva” e che crede “di aver bisogno di stare da sola, tipo, per un anno, per cercare di venire a capo”?

Siamo soli, in mezzo agli altri. Destinati ad incrociarci in continuazione con le invisibili disperazioni degli altri, e, per sopravvivere, dobbiamo per forza combattere. Magari utilizzando l’arma migliore che abbiamo…il muscolo dell’amore.

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