Come sposare un milionario, di Jean Negulesco

È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una discreta fortuna debba essere in cerca di una moglie (Jane Austen – Orgoglio e pregiudizio)

Non siamo poi tanto distanti da quanto Austen, ormai più di due secoli fa, teorizzava in forma schietta e brillante nel suo romanzo più popolare; che prendeva le mosse da tale assioma per poi contraddirlo nel nome del sentimento – quello sì veramente nobile. Anche il titolo che l’autrice aveva scelto all’inizio, Prime impressioni, potrebbe adattarsi benissimo a questo film, dal momento che le protagoniste – tre donne in cerca di un milionario da sposare – vedono crollare miseramente l’idea che avevano dei loro pretendenti scegliendo, alla fine dei giochi, la felicità.

Del resto alcuni valori alla base della società sono rimasti pressoché immutati ed è curioso vedere come il cinema, e in particolare la commedia americana in un periodo di splendore, se ne appropri per le sue storie: a volte per raccontare il romanticismo in modo semplice e sbarazzino, altre per velare dietro l’intrattenimento vivace una critica o un dramma più profondo. Di questo va dato merito a una generazione di sceneggiatori, registi e produttori come Nunnally Johnson che sapevano spaziare con naturalezza in ogni genere rimaneggiando spesso opere teatrali e letterarie per adattarle ai tempi moderni: Johnson, che dal ’35 era stato assunto come sceneggiatore alla 20th Century Fox, aveva lavorato tra i tanti con Ford ne La via del tabacco e nello sterminato Furore – per cui ricevette una nomination all’Oscar; con Renoir ne L’uomo del Sud; con Lang ne La donna del ritratto e con Siodmak ne Lo specchio scuro.

La prima collaborazione con Negulesco è del ‘50 in …e la vita continua: un melodramma ambientato durante la seconda guerra mondiale e basato sulla vera storia della scrittrice Agnes Keith – interpretata da Claudette Colbert – che venne tenuta prigioniera dall’esercito giapponese in un campo di concentramento; la regia è classica e composta, non c’è spazio per manierismi – la sofferenza e l’umanità emergono chiaramente dalla narrazione. Lo stesso accade in Telefonata a tre mogli del ’52, dove però la struttura a incastro – i continui flashback che gettano luce sul dramma privato dei personaggi – smorza la carica e l’immediatezza emotive. Nella parte della sfortunata Binky Gay, Johnson qui anche produttore avrebbe voluto Lauren Bacall. Sarà ricompensato l’anno successivo.

Nei titoli di testa il nome dell’attrice viene dopo quelli di Betty Grable e Marilyn Monroe, eppure è lei la protagonista indiscussa: la figura slanciata, il portamento fiero, lo sguardo severo e per alcuni intimidatorio che in pochissimi anni l’avevano resa “una presenza femminile non conforme” in celebri noir e pellicole drammatiche, spesso accanto al marito Bogart, trovano ulteriore conferma della loro versatilità in un terreno – la commedia, appunto – per Bacall allora vergine. Shatze Paige è il ritratto di una donna dal senso pratico, che non vuole perder tempo con uomini incontrati in rosticceria o che servono ai distributori; la sua arma segreta è il cervello e l’impresa matrimoniale che mette su – “noi piazziamo trappole da leoni” – è da manuale. Dall’appartamento di lusso che prende in affitto coordina le sue socie-amiche Marzo/Grable e la sbadata, perché “cieca come una talpa”, Pola/Monroe.

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Un ruolo, quest’ultimo, comicamente cucito sul corpo dell’attrice, e che nel bene o nel male ha contribuito a moltiplicare il riflesso legato alla sua immagine: Monroe, che proprio nel ’53 viene consacrata dal grande pubblico con Gli uomini preferiscono le bionde, è protagonista nello stesso anno di un altro film completamente diverso, in cui aveva già dato prova delle sue qualità – è la femme fatale senza scrupoli di Niagara, una figura tragica per la quale si finisce per provare compassione. Ma nell’immaginario era ormai la spumeggiante e sensuale ballerina Lorelei che tenta a tutti i costi di convolare a nozze con un ragazzo facoltoso. E molte sono le affinità che Come sposare un milionario condivide con il film di Hawks, a cominciare dalla storia stessa e dal mondo che descrivono, fatto di uomini che si lasciano raggirare da donne innamorate che non disdegnano la ricchezza – Diamonds are a girl’s best friend canta Marilyn nell’iconico tubino rosa.

Perché questi film fanno parte della storia del costume e dello spettacolo puro: è la Hollywood dorata che inebria con il glamour e stupisce con messe in scena sontuose e barocche. Così la lunga overture dell’orchestra diretta da Alfred Newman, slegata dal contesto narrativo e per certi versi referenziale, è una celebrazione pomposa del CinemaScope, il nuovo sistema di ripresa panoramico brevettato negli anni ’50 e presentato come “un miracolo moderno da vedere senza occhiali speciali”, ovvero quando il peso economico dell’innovazione offusca il criterio con cui viene applicata (il primo esempio più in linea con l’idea generale era stato il kolossal biblico La tunica).

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Ma Hollywood, dicevamo, ama mostrarsi in grande e coinvolgere lo spettatore in un amabile gioco di rimandi che scavalla la finzione cinematografica – “non mi sono mai piaciuti gli uomini maturi”, confessa Bacall a William Powell citando, tra gli altri, “quel tardone di Humphrey Bogart”. E quando i suoi diamanti più brillanti iniziano a sfilare sfoggiando i meravigliosi costumi di Travilla illuminati da un glorioso Technicolor – “i colori di questo procedimento non erano esagerati ma naturali”, affermava Jack Cardiff – siamo catturati dallo spettacolo, la percezione di ciò che abbiamo intorno si perde e anche la New York dipinta sui fondali diventa più autentica di qualsiasi altra realtà.

Titolo originale: How to Marry a Millionaire
Regia: Jean Negulesco
Interpreti: Betty Grable, Marilyn Monroe, Lauren Bacall, David Wayne, Cameron Mitchell, William Powell, Alexander D’Arcy, Fred Clark, Rory Calhoun
Durata: 95’
Origine: USA, 1953
Genere: commedia, sentimentale

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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