Come una dissolvenza tra corpo e musica: Enzo Jannacci

Enzo Jannacci in L'udienza

E' scomparso a 77 anni un artista totale, sempre sul filo dell'equilibrio, un trasformista della seconda metà del '900 anche nel cinema tra interpretazioni come attore e colonne sonore, da Marco Ferreri a Mario Monicelli che meglio degli altri avevano capito le sue potenzialità proprio nella sua inafferrabilità.

Enzo Jannacci in L'udienzaForse il cinema lo ha desiderato di più di quanto lo ha avuto. Oppure è anche il contrario. Ma Enzo Jannacci, oltre a essere tra i principali innovatori della canzone italiana (Vengo anch'io. No tu no ed El purtava i scarp del tennis), oltre a usare il dialetto milanese come una specie di colonna sonora ritmica, oltre a tenere la scena in modo impressionante come cabarettista (era legatissimo a Giorgio Gaber formando con lui un sodalizio durato oltre 40 anni), ha attraversato il cinema come una specie di maschera atipica, originale, inclassificabile, mutevole.

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Nella prima apparizione sul grande schermo c'è già un pezzo di Jannacci artista totale; è infatti il cantastorie della trattoia che canta L'ombrello di mio fratello proprio nel momento in cui è entrato il protagonista Luciano, interpretato da Ugo Tognazzi in La vita agra (1964) di Carlo Lizzani. Dopo Quando dico che ti amo (1967) di Giorgio Bianchi, Mario Monicelli gli offre il primo ruolo da protagonista accanto a Monica Vitti nell'episodio Il frigorifero del film collettivo Le coppie (1971) dove è Gavino Puddu, un proletario sardo che vive in un seminterrato di Torino e ha fatto grandi sacrifici per comprare un frigorifero.

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La grande sintonia però la trova nello stesso anno con Marco Ferreri in L'udienza, incrocio perfetto tra il suo corpo stralunato quasi da film muto (i giovane del Nord timido venuto a Roma perché vuole a tutti i costi parlare col Papa) e il grottesco fantastico del cineasta.

la bellezza del somaroCon Ettore Scola in Il mondo nuovo (1982) incarna ancora attraverso il suo corpo le molteplici declinazioni dell'arte, segno degli infiniti sdoppiamenti e identità che hanno segnato tutta la sua carriera, attraverso la figura di un pagliaccio italiano. Dopo essere stato un terrorista per Lina Wertmüller (Scherzo del destino in agguato come un brigante da strada, 1983) e il nonno comunista Giuseppe in Figurine (1997) di Giovanni Robbiano, fa la sua ultima apparizione in La bellezza del somaro (2010) dove è il fidanzato settantenne della figlia di una coppia benestante e la sua presenza mette in crisi le loro certezze durante il weekend trascorso nella loro casa di campagna.

Ma Jannacci è passato attraverso il cinema anche attraverso le colonne sonore. Resta famosa quella per Romanzo popolare (1974) di Mario Monicelli, quasi un'altra interpretazione nell'ombra atrtraverso il brano cantato proprio da lui, Vincenzina e la fabbrica (esempio, come nel personaggio interpretato per lo stesso regista in Le coppie, della sua capacità di dare voce ai poveri e gli emarginati) oltre ad aver adattato assieme a Beppe Viola i dialoghi di Age e Scarpelli in milanese. Ma ha collaborato ancora con Lina Wertmüller (Pasqualino settebellezze, 1975), Mauro Bolognini (Gran bollito, 1977), Renato Pozzetto (Saxofone, 1978) e Ricky Tognazzi (Piccoli equivoci, 1989).

Se ne è andato com'era nella vita, con quella sua inafferrabilità, con quell'impressione di andare sempre di corsa. E' stato invece uno degli artisti più complessi. Milano era il suo cuore ma il suo linguaggio è stato universale. In tutte le forme.

 

 

Da L'UDIENZA

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Dall'episodio IL FRIGORIFERO di LE COPPIE

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VINCENZINA E LA FABBRICA in ROMANZO POPOLARE

 

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CLIP ARMANDO in LA BELLEZZA DEL SOMARO

 

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