Comedians, di Gabriele Salvatores

Il comico deve illuminare le coscienze o rinunciare alla complessità? Salvatores e i suoi comedians hanno risposte diverse. Così la sceneggiatura, più che sfaccettare la questione, l’allarga troppo

Innamorarsi del testo di partenza alla maniera di Gabriele Salvatores giunge al paradosso che, per dirla con una battuta di Comedians, arriva a far dire: “Trasgredire per trasgredire trasforma il trasgressore in traditore”. Che non vuol dire mancare d’aderenza all’omonima pièce teatrale di Trevor Griffiths su cui è basato il film, portata già anni fa con successo al Teatro dell’Elfo di Milano e successivamente anche al cinema con la libera trasposizione di Kamikazen – Ultima notte a Milano, ma averne troppa. Perché replicare tempi, strutture narrativi e perfino spazi – non tanto l’unicità del set, necessaria alla drammaturgia dell’opera, quanto le interazioni prossemiche tra gli attori che rimangono rigidamente teatrali nonostante il preciso montaggio di Chiara Griziotti – non avvalendosi della diversità del mezzo e dell’epoca storica comporta quantomeno un fraintendimento della forza della composizione originale.
Il testo di Comedians non è potente perché è attuale ancora oggi, o meglio, non solo per questo motivo bensì perché si sarebbe ben prestato, grazie all’adamantina chiarezza dell’archetipo che lo contraddistingue, ad una riscrittura in grado di far sgorgare il suo messaggio anche e soprattutto da un altro contesto più vicino allo spettatore di oggi. Salvatores da una parte intuisce la vertigine della ri-collocazione spazio-temporale dentro la storia del cabaret italiano dell’ultimo mezzo secolo quando affida le parti più importanti ad esponenti di chiarissimo e popolare riconoscimento. Far enunciare a Natalino Balasso, che sui palchi televisivi ha portato per anni un personaggio ruspante e sostanzialmente innocuo, i sermoni di Eddie Barni sulla necessaria moralità della comicità (e in un film che riflette tanto sui suoi confini è un po’ strano che non si nomini mai la parola satira) è un grande capovolgimento di senso che destabilizza le facili cristallizzazioni dello spettatore e dello stesso testo di partenza. La massima “La maggior parte dei comici serve sul piatto paure, pregiudizi, ma i migliori illuminano“, detta alla maniera di Beppe Grillo, è in questo senso davvero brillante perché apre un ulteriore link sulla politica di casa nostra che il lavoro di Griffiths non poteva ovviamente nemmeno prevedere. Così come la fiera adesione mimetica del principe della crassa risata Christian De Sica nei panni di Bernardo Celli, il talent-scout che predica ai sei aspiranti comedians il compromesso come unico motivo di successo, contribuisce ad arricchire col personalismo dell’attore un ruolo invero piuttosto schematico. “Voi cercate di essere profondi. Non sto cercando dei filosofi! La vita là fuori è difficile, abbiamo bisogno di farci qualche bella risata“, con quell’acuto finale tipicamente romano sulla penultima a diviene allora il perfetto riassunto di almeno trent’anni di nostro cinema.

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Il fatto critico del film è che Comedians esaurisce in questi inserti metacinematografici le sue grandi potenzialità lasciando inoltre che il bel lavoro sul repertorio battutistico che gli esaminandi si rimpallano per esercitarsi resti traduzione localistica delle originali gag inglesi. Immaginiamo, ad esempio, se Ale e Franz piuttosto che limitarsi a riproporre la contrapposizione tra il grigiume del primo e la stralunatezza del secondo avessero davvero portato in sede di esame uno dei loro sketch più famosi quanto vicini saremmo potuti essere alla debordante ironia dei Monty Python. Il film di Salvatores, invece, accetta da subito e sposa in pieno il lato umano della storia di ognuno dei dilettanti alla ricerca di un ingaggio nell’agenzia Artisti e manager e di un contratto per un programma in prime-time.

Ecco allora che la teatralità della sceneggiatura si fa scoperta quando la drammaticità dei piccoli grandi conflitti che esplodono nei 58 minuti di attesa all’esame diventa ben presto il vero punto di fuga di Comedians. Ogni personaggio avrà il proprio arco narrativo, ogni micro-storia sarà chiusa, tutti perderanno perché anche chi vince lo fa solo per mezzo del tradimento di sé e degli altri in un finale sorprendentemente molto italico. Come se fossimo nei pressi di un lavoro di Age e Scarpelli, Comedians spiega infatti che esser (comici) mediocri è il destino degli integerrimi e dei puri, perché chi vuole i soldi li fa: basta vendersi. A Giulio, il ferroviere di 21 anni interpretato da un Giulio Pranno perfettamente sospeso tra spocchia giovanile e ribellismo anarcoide (subito iconico il taglio di capelli alla Keith Flint e gli occhi bistrati), Salvatores affida la speranza della mancata sottomissione al pessimismo del celebre duo di sceneggiatori. O forse, a ben vedere, ne rappresenta la resa: credere irrecuperabili operai in cerca di un lavoro più soddisfacente o gestori di night-club ereditati che vorrebbero semplicemente qualcosa in più a scapito di un ragazzo che forse, molto semplicemente, dovrebbe fare teatro d’avanguardia invece che stand-up turba amaramente come la pioggia sui vetri della scuola del film.

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Regia: Gabriele Salvatores
Interpreti: Ale, Franz, Natalino Balasso, Christian De Sica, Marco Bonadei, Aram Kian, Walter Leonardi, Riccardo Maranzana, Giulio Pranno, Demetra Bellina, Vincenzo Zampa
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 96′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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