Con gli occhi di Giulia. Ciro De Caro a Sentieri Selvaggi

Il 13 ottobre abbiamo incontrato Ciro De Caro, regista dei film Spaghetti Story, Acqua di Marzo e Giulia. Quest’ultimo è stato presentato all’ultimo Festival di Venezia e sarà presto in sala

Molte persone non vedono più la differenza tra cinema e tv. La serie tv ti spiega tutto senza arrivare a una conclusione, il cinema arriva a una conclusione senza spiegarti nulla e suscitando delle domande nello spettatore.

Il regista e sceneggiatore Ciro De Caro è l’ospite dell’incontro di mercoledì 13 ottobre con gli studenti, presso la sede romana della Scuola di Cinema Sentieri Selvaggi. Una conversazione di circa un’ora in cui il regista del film Giulia, presentato a Venezia 78 e in uscita nelle sale a inizio 2022, si racconta come uomo e autore, descrivendo quale sia l’essenza del cinema di cui si è innamorato. È stato un pomeriggio, durante la visione consecutiva di tre film (Pulp Fiction, Hong Kong Express e I 400 Colpi) che la sua vocazione da regista ha preso forma. Cresciuto e forgiato dal cinema d’autore, quando gli si chiede quali siano i suoi modelli non ha dubbi: “direi assolutamente la Nouvelle Vague, Cuaron (San Alfonso Cuaron), Kubrick, Cassavetes e Spielberg. Quest’ultimo soprattutto grazie alla sua semplicità nel girare una scena che io e molti registi risolveremmo con più inquadrature.”

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Dati i modelli, la sua è un’idea ben precisa di cinema, legata all’importanza della visione autoriale e del rispetto nei confronti dei personaggi. Il pubblico negli ultimi anni è sempre più condizionato dai nuovi linguaggi audiovisivi. Web e serie tv, però, non richiedono allo spettatore una completa attenzione. “Come direbbe Cuaron, sono dei libri con le figure per persone pigre.” Ormai, secondo De Caro, sempre più spesso viene chiesto al cinema di recitare il ruolo della serie tv. Le persone confondono i due mezzi e guardano con la stessa distrazione entrambi, utilizzando un eguale metro di giudizio. “Credo che il cinema meriti ancora l’attenzione nell’essere raccontato con lo sguardo dell’autore.”

Emblematico, in questo senso, è il finale aperto di Giulia che lascia più domande che risposte allo spettatore e, allo stesso tempo, una necessaria libertà di autodeterminazione alla protagonista. Libertà che si riflette nella gestione degli spazi, sempre “attenta a seguire” il personaggio di Giulia e la sua instabilità caratteriale. La sensibilità con cui viene tratteggiato un carattere così indecifrabile è il risultato di una scrittura a quattro mani con l’interprete Rosa Palasciano: “Questa sensibilità deriva dalla mia presunzione da regista. Vorrei costruire dei personaggi femminili complessi pur non essendo Bergman… Siccome vorrei restituire la stessa complessità, mi devo far aiutare da scrittrici che lavorano con me alle sceneggiature.”

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Giulia è un film in cui la scrittura ha svolto un ruolo fondamentale. Le riprese, pensate in un primo momento per l’estate 2019, sono state posticipate e poi, a inizio 2020, la pandemia. Un’esperienza troppo grande per essere “tralasciata”. Così, durante il lockdown, il film viene completamente riscritto, inserendo l’esperienza pandemica dalla prospettiva emozionale più che da un punto di vista descrittivo. La pandemia non è l’elemento centrale della storia: “È vero, conferma De Caro, il film passa da un clima di allarmismo generale a una rilassatezza dovuta agli spazi aperti del periodo estivo. Dopo un po’ inevitabilmente ce ne siamo dimenticati. Un aspetto importante, però, è che quando l’abbiamo riscritto, i personaggi più pazzi hanno accentuato ancora di più i loro tratti. La cornice del Covid li ha sviluppati come delle foto in una camera oscura.”

Giulia è stato presentato alla 78esima edizione del Festival di Venezia nella categoria Giornate degli autori, riscuotendo un notevole successo che ne ha favorito un ampio passaparola. Un’esperienza nuova ed entusiasmante per De Caro e il suo cinema “produttivamente piccolo”.  Il primo film di De Caro, Spaghetti Story, era diventato un piccolo cult a Roma (il regista racconta divertito di come avesse sponsorizzato il film personalmente piazzandosi davanti al cinema Aquila per 3 giorni consecutivi). Ma né il suo primo lavoro, né il secondo Acqua di Marzo, avevano ricevuto una spinta così importante come quella di Venezia.

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Riprese di Carmelo Leonardi e Riccardo Lanaia, montaggio di Carmelo Leonardi

Durante tutta l’intervista, il regista di Battipaglia non ha paura di mostrare la sua sensibilità. Racconta della sua fragilità, accompagnata da dubbi e paranoie. Questa insicurezza, legata soprattutto a famiglia e paternità, rappresenta anche il fil rouge all’interno del cinema di De Caro, il quale non vuole assolutamente snaturarlo, separandolo dalla sua personale esperienza. Inutile sottolineare come i suoi tre lavori comunichino a distanza: “Le connessioni tra Giulia e Spaghetti Story sono tantissime. I dubbi e le mie paranoie sulla paternità, ad esempio. Oppure il tema della famiglia che sento molto. Poi, per ogni film, spero di declinare i personaggi in maniera diversa, ma credo che un pochino si somiglieranno lo stesso. Le similitudini ci sono perché sono temi che io sento. Nei miei prossimi film non credo ci saranno drastici cambiamenti, nei miei film racconto ciò che conosco.”

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