Conclave, di Edward Berger

Un cast di grandi nomi per un film che è l’equivalente di una gita in golf cart nella Cappella Sistina, una specie di Succession in Vaticano salvato dalla sua goffaggine. RoFF19. Grand Public

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Chi frequenta il centro di Roma, si sarà certamente imbattuto con frequenza crescente in una nuova presenza nelle strade: i golf cart. Queste macchinine scoperte, silenziose fino a quando non incontrano la prima buca romana rischiando di disintegrarsi o ribaltarsi, sono ovviamente cariche di turisti, versioni mignon delle navi da crociera raccontate da David Forster Wallace in Una cosa divertente che non farò mai più. La mano è sempre pronta a sguainare il telefono (oppure, per i più attempati o professionisti del turismo, una macchina fotografica) in grado di fissare per sempre l’occhiata che dedicheranno al neoeletto parco divertimenti più antico del mondo. Con Edward Berger, regista austro-svizzero fresco del successo targato Netflix Niente di nuovo sul fronte occidentale (4 Oscar vinti nel 2022), il golf cart entra nella cappella Sistina.

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Presentato in Colorado al Telluride Film Festival, poi passato al Festival di San Sebastian in Spagna (con mancato passaggio fuori concorso a Venezia per ragioni logistiche) e infine nella sezione Grand Public del RoFF19, Conclave è un film alquanto curioso. Nella cappella Sistina si svolge un’elezione estremamente terrena, le formule in latino sono il letto del fiume ormai prosciugato della spiritualità. Il conclave sembra più vicino a un consiglio di amministrazione che deve eleggere il suo CEO, invece che l’elezione del successore spirituale di San Pietro Apostolo. Ecco che il protagonista, Cardinal Lawrence di Ralph Fiennes, deve destreggiarsi tra correnti ed equilibri apparecchiati per anni e pronti a saltare con la mossa giusta al momento giusto, oltre che a un nuovo e misterioso porporato. Lawrence deve così vigilare sul corretto svolgimento del conclave, e per farlo deve sopprimere le lacrime per un mentore defunto e i dubbi che lo attanagliano.

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In assenza di uno sguardo, le architetture del potere papalino, i loro marmi, le loro altezze imponenti, le loro geometrie, i loro affreschi, si afflosciano. A salvare questo Succession in Vaticano è proprio la sua goffaggine. Il cast di grandi nomi anglofoni (oltre Ralph Fiennes, ci sono anche Stanley Tucci, che ci ha preso gusto dopo i video IG nelle trattorie, e l’inossidabile John Lithgow) e italiani (Isabella Rossellini e Sergio Castellitto) produce anche uno scontro tra ruoli più introspettivi, i primi, e fieramente macchiettistici, i secondi. Ecco che si arriva, quindi, al finale dove una sorta di misticismo alla Dan Brown dopo esser stato gettato fuori dalla porta, rientra dalla finestra, torcendo i binari su cui era tranquillamente adagiato Conclave fino a quel momento. Scesi dalla giostra, solo qualche fugace immagine rimane impressa dopo questo giro in golf cart nella Cappella Sistina.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
2 (5 voti)
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