Cannes 77 – Horizon – An American Saga. Incontro con Kevin Costner

L’attore e regista americana presenta il suo passion project sulla Croisette e si confronta con la stampa sull’eterno ritorno del Western nel suo cinema e sull’immancabile trauma della frontiera

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Spero davvero che un giorno, ciascuno di voi, potrà provare anche solo per un attimo ciò che ho provato io ieri sera“. Esordisce così, in conferenza stampa al Festival di Cannes, Kevin Costner, commentando la lunga standing ovation tributata ieri sera alla premiere della prima parte del suo Horizon – An American Saga, epopea mai così tanto classica sulla conquista del West i cui primi due atti, scritti, diretti e interpretati dallo stesso Costner, arriveranno nelle sale (anche quelle italiane) quest’estate.

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Horizon è il vero e proprio passion project di Costner, che come Coppola con Megalopolis  ha investito al momento più di cento milioni di dollari propri pur di realizzarne almeno i primi due atti (ma il terzo ed il quarto sono già in via di progettazione e finanziamento), presentandoli quasi personalmente a investitori e imprenditori interessati.

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Ha però l’aria del traguardo inevitabile, Horizon, apice, anche solo simbolico, di un attore regista che, lo ricorda lui stesso durante la conversazione con i giornalisti, si è occupato di western tutta la vita, leggendo centinaia di libri sul tema e informandosi costantemente. Ma qui la base di tutto sono stati i dipinti e le fotografie perché, dice “i costumi dell’epoca sono fondamentali, per me“. L’obiettivo, come sempre, è un western dal sapore revisionista non solo per i temi ma anche, forse soprattutto, per lo sguardo che getta sul genere e sull’immaginario: “Sia chiaro, il western per me deve essere difficile, respingente – ricorda l’attore – scrivere un bel western è difficile e io posso dire di aver scritto il miglior western a cui potessi aspirare insieme a Jon Baird, un racconto di frontiera con le donne in primo piano“.

Perché, tra le righe, è evidente che per Costner il west funziona in base a quanto straniante sia il suo impatto sui personaggi e, di converso, sul pubblico e a questo proposito ricorda: “Si, sarà un film ricco di sparatorie ma forse la scena davvero simbolica è quella in cui una donna europea, quindi lontana dalla frontiera, impatterà così drammaticamente con le regole della frontiera che alla fine sentirà il bisogno di lavarsi con l’acqua calda per scacciarne via lo sporco. Molti si aspettavano che io tagliassi una sequenza del genere ma per me è tutto lì, è lì che si traccia quel parallelo tra “loro”, i personaggi e noi che li guardiamo, altrimenti è inutile“.

E Costner si dimostra pragmatico anche quando risponde ad alcune considerazioni sul nuovo modo di intendere un genere classico come il western, inclusivo e rispettose delle minoranze, della loro storia e delle loro rappresentazioni: “Abito a Compton, in California, ovvio che sia sempre stato cosciente di questioni del genere, però le ho affrontate senza particolari filtri: ai tempi di Balla Coi Lupi cercavo semplicemente di portare in scena indiani che fossero esseri umani credibili e profondi, al di là di qualsiasi sottotesto. So perfettamente cosa c’è in gioco. Non mi sento un rivoluzionario ma voglio essere sempre il più possibile corretto, voglio raccontare le persone come sono“.

L’attore approfondisce il discorso qualche minuto dopo, ragionando sulla sua interpretazione del concetto di Frontiera a contatto con la contemporaneità e con la sua idea di western revisionista: “Sia chiaro duecento, trecento anni fa, l’America era una sorta di Eden. Tutti volevano andarci anche solo per essere padroni e per non essere più sottoposti a nessuno. Quello di cui lentamente si è preso atto, però, è che conquistando quella terra la si levava dal controllo di coloro che lì erano nati e che la possedevano da secoli prima di noi. E lì è nata la tragedia”. E allora il cinema non può che divenire una testimonianza di quei momenti, di quel sangue versato. Su questo Costner è chiarissimo: “È un film ovviamente girato “dal vero”, le montagne, le foreste che vedete c’erano già ai tempi della storia che ho voluto raccontare e saranno lì per sempre malgrado tutto, a testimoniare quei fatti anche attraverso le mie immagini“.

 

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