Cop Land, di James Mangold

Gli ultimi residui del poliziesco puro. Sul corpo di uno strepitoso Sylvester Stallone, loser disilluso, sceriffo di Garrison, una cittadina del New Jersey, abitata da un gruppo di poliziotti newyorkesi molti dei quali corrotti. Sordo da un orecchio, dai movimenti lenti, appesantiti (per fare qesto film è ingrassato di 30 Kg). Nuota attorno alla melma, ma non agisce. Fino a quando un ispettore inizia ad indagare. E quando scopre che un agente morto è in realtà vivo, inizia a muoversi.

Per James Mangold è il secondo lungometraggio dopo il bell’esordio di Dolly’s Restaurant. Ma ci sono già i segni post-noir di Logan – Wolverine potrebbe essere un’altra identità dello sceriffo -e forse il regista già pensava al remake di Quel treno per Yuma. Il cognome del personaggio di Stallone è Heflin, come uno dei due protagonisti del film di Delmer Daves del 1957.

cop land sylvester stallone robert de niroL’unità di spazio è decisiva. Con il fiume Hudson che separa Garrison da New York. Quasi due mondi opposti, antitetici. Il silenzio contro il rumore. Il buio contro le luci. Dove il marcio si consuma dentro i locali o le abitazioni. L’azione sembra avvenire spesso nel fuori-campo. Dove Mangold mette in atto una trasparenza che deriva quasi da Hawks nel fare in modo che le azioni decisive siano come un naturale risultato di un teorema precisissimo. Tesissimo, crepuscolare, essenziale. Senza i trucchi alla Russell nel ripercorrere la malinconia dei Seventies. Cop Land li riecheggia, ma senza nessuna necessità citazionistica. Con una scrittura essenziale (la sceneggiatura è dello stesso Mangold), in una descrizione estremamente realistica dell’ambiente umano e urbano. Con un gruppo di asttori potentissimo che è entrato nei personaggi senza nessun metodo (da De Niro, fino a Keitel e gli strepitosi Liotta e Sciorra). Ma soprattutto c’è tutta l’ambiguità e la potenza del cinema. Cosa vedono gli agenti? E soprattutto, cosa vede Freddy? Come nel riflesso in cui lo sceriffo guarda da fuori i poliziotti. Con uno zoom sui suoi occhi. I silenzi, gli sguardi di Stallone. Con un flashback che determina la sua menomazione, quando si è gettato nel fiume per salvare una ragazza.

copland harvey keitel robert patric arthur j. nascarellaLa vista, l’udito. Soprattutto nella parte finale, la soggettiva acustica di Freddy lascia penetrare nel mezzo di una sfida fino a quel momento nascosta, impermeabile. Con un assedio carpenteriano e una sparatoria finale esemplare per essenzialità e rapidità. Dove la sordità sempre più forte, con un fischio rimbombante, gli permette di non avvertire il pericolo. Come in un allucinato war-movie. Ma c’è anche l’udito di suoni, musiche da ricercare. Come la scena in cui ascolta Stolen Car di Bruce Springsteen con Annabella Sciorra, in una delle più belle scene dell’illusione di un amore. Di baci rubati e fuggiti. Perché, dietro la solidità dei generi, il cinema di Mangold è sempre stato pieno di illusioni. E sarà pure uno slancio più emotivo che critico; il regista è uno dei più importanti autori statunitensi degli ultimi 20 anni. E Cop Land è uno dei suoi vertici. Che non ha i segni del tempo. Proprio come Bruce Springsteen. Proprio come Stallone.

Titolo originale: id.

Regia: James Mangold

Interpreti: Sylvester Stallone, Robert De Niro, Ray Liotta, Harvey Keitel, Annabella Sciorra, Peter Berg, Michael Rapaport


Durata: 110′

Origine: Usa 1997

Genere: poliziesco