Corti d'autore

 

Il Centro Nazionale del Cortometraggio
promosso da AIACE Nazionale e Museo Nazionale del Cinema
 
presenta
 
Corti d’autore|1
la prima serata della nuova stagione di appuntamenti mensili con i più bei cortometraggi
della storia del cinema, firmati dai più importanti cineasti di ieri e di oggi
 
Torino, mercoledì 4 novembre, ore 21, Cinema Massimo Tre
 
UNA LEGGEREZZA CHE RIFIUTA LA DISPERAZIONE: I CORTI DI MIKE LEIGH
 
In collaborazione conSottodiciotto Filmfestival (Torino, 26 novembre- 5 dicembre 2009)
che quest’anno dedica la retrospettiva a Mike Leigh,
una serata di anticipazione dedicata ai film brevi, compiuti come lungometraggi,
di un Maestro del cinema britannico e internazionale
 
The Five-Minute Films (5 episodi di 5’, prima trasmissione 1982)
Cinque episodi pilota di una manciata di minuti ciascuno realizzati per una serie mancata della BBC:
«Ogni film avrebbe dovuto essere autonomo, ma visti come un continuum avrebbero creato un microcosmo.
Era un’idea veramente televisiva, strutturata sul modo in cui la gente guarda la Tv». (Mike Leigh)
 
The Short and Curlies(18’, prima trasmissione 1990)
Una serie di brevissime scene che coinvolgono due personaggi alla volta in una storia tragicomica:
«Il mio obbiettivo era realizzare un corto che avesse tutti gli elementi di un lungometraggio,
come già iFive minute Films». (Mike Leigh)
 
A Sense of History (28’, prima trasmissione 1992)
In una sorta di mockumentary realizzato per Channel 4,
il grottesco autoritratto di un aristocratico che confessa l’inconfessabile:
«Sono orgoglioso del risultato, nonostante non lo abbia progettato o scritto in prima persona». (Mike Leigh)
.
e per la sezione W L’ITALIA
i film brevi italiani più premiati negli ultimi anni da vedere o rivedere
 
Muto (2008) di Blu
Grand Prix, Compétition Labo al Festival di Clermont-Ferrand 2009
Premio "Miglior Corto Italiano dell'anno" FilmBreve 2009
 
Un’animazione ambigua e surrealista dipinta su muri pubblici a Baden e a Buenos Aires,
un film a “graffiti animati” realizzato dall’astro nascente della street art italiana
 
Le proiezioni saranno introdotte da Stefano Boni e Massimo Quaglia, curatori del volume Segreti e verità della vita. Il cinema di Mike Leigh (Edizioni Cineforum) pubblicato in occasione della retrospettiva di Sottodiciotto Filmfestival.
Ingresso euro 3; info: tel. 011 5361468; e-mail: info@cnc-italia.it; www.cnc-italia.it
Il prossimo appuntamento di “Corti d’autore” sarà mercoledì 9 dicembre.
 
Scheda del programma
 
Sui corti di Mike Leigh
 
La Palma d'oro a Cannes nel '96 con Segreti e bugie e il Leone d'oro alla Mostra di Venezia nel 2004 con Il segreto di Vera Drake hanno fatto di Mike Leigh un autore internazionalmente riconosciuto, ma un grande autore lui era da tempo. Un autore, però, che seguiva suoi percorsi e lasciava maturare i suoi progetti e le sue idee, alternando, quando non intrecciando, teatro e televisione e cinema – e corti e lunghi. Ciò che i corti evidenziano nitidamente è che Leigh è uno straordinario stilista che lavora con inconfondibile ironia e durezza di sguardo sulle strutture del quotidiano, ma sul filo di un suo inconsueto senso del reale. Tra questi corti, girati tra il '75 e il '92 e dunque inframmezzati ai suoi lunghi secondo una pratica che coinvolge tanti grandi registi e che solo da noi stenta a prendere piede, ci sono alcune piccole perle che sono al livello dei suoi più celebri lunghi e a volte ne illuminano più a fondo la visione. Due soli esempi. Afternoon è forse la più perfetta delle cinque storie di The Five-Minute Films, intelligente tentativo di serie e di creazione di un microcosmo. Al centro della scena ci sono due amiche, ancora giovani ma da tempo sposate, che spettegolano su quei "bastardi" degli uomini e tanto più bevono tanto più se la ridono delle illusioni di felicità matrimoniale di una terza amica, portando alla luce i nodi di tensione e malessere, i non-detti o i "mal-detti di ogni famiglia, nucleo obbligato ma acuminato di nevrosi, tra dipendenza e ribellione", che è centrale in tanti lunghi di Leigh. E il falso documentario A Sense of History, è un geniale monologo di Jim Broadbent che, nella parte del 23° conte di Leete, cammina (non senza inciampi) attraverso le sue proprietà e sciorina, con verve inarrestabile e perfetto accento high class,la visione di un antico nobile. Tra disprezzo per i propri stupidi genitori e stima per Hitler (senza certi eccessi, "avremmo potuto combattere dalla stessa parte"), confessioni dei propri delitti e delle proprie misere passioni, esaltazione della tradizione e anatemi contro la città e la modernità, prende corpo un piccolo capolavoro in forma di grottesco autoritratto. (gianni volpi)
The Five-Minute Films
Soggetto e sceneggiatura: Mike Leigh. Fotografia (col., 35mm.): Brian Tufano. Suono: Andrew Boulton. Costumi: Robin Fraser-Paye. Montaggio: Chris Lovett. Interpreti: Richard Ireson (padre), Celia Quicke (madre) in The Birth of the Goalie of the 2001 F.A. Cup Final; Tim Stern (Brian), Robert Putt (Terry) in Old Chums; Herbert Norville (Arbley), Bill Colville (Sid), Anthony Carrick (signor Davies), Theresa Watson (segretaria), Lally Percy (Victoria) in Probation; Margaret Heery (signora White), Richard Griffiths (il lavavetri), Alan Gaunt (uomo che parla), David Casey (uomo che ascolta) in A Light Snack; Rachel Davies (padrona di casa), Pauline Moran (insegnante), Julie North (giovane sposa).in Afternoon. Produttore: Tony Garnett. Assistente di produzione: Bernadette Boyle. Produzione: BBC TV. Origine: G.B., 1975. Durata: 5'x5. Prima trasmissione: BBC2, 5/9 settembre 1982.
 
The Birth of the Goalie of the 2001 F.A. Cup Final: un portiere di calcio e la paternità. Old Chums: un ragazzo paraplegico vuole andare al cinema con la sua nuova auto con i comandi adattati, ma rischia di arrivare in ritardo a causa delle chiacchiere senza fine di un amico. Probation: il pessimo sapore di un tè porta un ragazzo nero di fronte a un assistente sociale. A Light Snack: la signora White e un pulitore di vetri si alternano a due operai di un pastificio, l'uno logorroico, l'altro isterico. Afternoon: due donne sposate chiacchierano e bevono in salotto e a poco a poco finiscono per ubriacarsi, e ridono in faccia a una terza amica che si dichiara felice del proprio matrimonio.
 
«L'idea di realizzare una "serie" di corti è stata mia. Avevo questa idea di 40-50 “five minute films” da trasmette in televisione sia in modo regolare e alla stessa ora, sia in modo casuale. Ogni film avrebbe dovuto essere autonomo, ma visti come un continuum avrebbero creato un microcosmo. Avresti potuto vedere un personaggio per un solo momento in un film, per poi ritrovarlo protagonista in un altro film. Un personaggio avrebbe potuto apparire una sola volta, oppure tante volte. Sarebbero stati dei veri film della durata di cinque minuti, per così dire. Era una idea veramente televisiva strutturata sul modo in cui la gente guarda la Tv.
La verità è che questo progetto non hai mai visto davvero la luce. Per sintetizzare una lunga storia, Morahan, responsabile della fictiondella BBC, mi presentò Brian Wenham, che era il dirigente, un po’ isterico, di BBC1. Lui suggerì di realizzare cinque film-pilota per poi decidere che direzione prendere. Così feci, e Morahan ne fu entusiasta. Poi sparì. Io ero davvero motivato sul progetto. Ma poi Morahan tornò e mi disse: “È davvero una bella idea, la vogliamo fare, ma che ne dici se commissioniamo ad altri registi e scrittori –come Jack Gold o Harold Pinter – alcuni episodi?". Ero davvero seccato perché il punto fondamentale del progetto era quello di creare un'opera omogenea e personale. Così gli feci capire senza mezzi termini che non ero d'accordo, anzi che ero offeso, e fu la fine della storia.
I cinque film realizzati non vennero mandati in onda per sette anni, fino al 1982. Ci fu una puntata speciale di Arenasul mio lavoro e li usarono a mo’ di farsa e intermezzo. Il tutto fu trattato come un'idea un po' eccentrica che la BBC aveva dovuto tollerare. Sinceramente credo che, fatta a modo, la serie sarebbe stata un grande evento televisivo. Girare certi episodi come The Birth of the 2001 FA Cup è stato divertente. E poi far ubriacare le ragazze in AfternoonProbation è quello meno interessante, è un po’ troppo ovvio. Sono orgoglioso invece di Old Chums. C’è questo tizio che fa lo spaccone con un ragazzino handicappato che ha fretta di salire sulla sua auto. Light snack dal punto di vista tecnico risente della fretta e della scarsa luce a disposizione. Ma ho sempre desiderato confrontarmi seriamente con quel tema: è affascinante la rete di relazioni che coinvolge legioni di lavoratori alienati dal processo di fabbricazione degli abiti che noi indossiamo, della carta sulla quale scriviamo. Proprio la musica dell'inizio dà la misura dell’improvvisazione, della spontaneità dell’intera operazione dei cinque "five minutes films": ho tirato fuori alcune frasi musicali da un vecchio LP di Harry Lauder e le ho buttate lì. È importante anche dire che non si sarebbero chiamati “five minutes films” nel caso ce ne fossero stati altri».(Mike Leigh)
 
The Short and Curlies
Soggetto e sceneggiatura: Mike Leigh. Fotografia (col., 35mm.): Roger Pratt. Musica: Rachel Portman. Suono: Malcolm Hirst. Scenografia: Diana Charnley. Costumi: Lindy Hemming. Montaggio: Jon Gregory. Aiuto-regista: Mark Sherwood. Interpreti: Alison Steadman (Betty), Sylvestra Le Touzel (Joy), David Thewlis (Clive), Wendy Nottingham (Charlene). Direttrice di produzione: Katy Radford. Produttore: Victor Glynn. Co-produttore: Simon Channing-Williams. Produzione: Channel 4/Portman Pr.. Origine: G.B., 1987. Durata: 18'. Il film è stato presentato nel 1987 al 31° London Film Festival ed è stato trasmesso da Channel 4, il 2 gennaio 1990, alle ore 22.
 
Nomination ai premi BAFTA come miglior cortometraggio dell'anno.
 
Il film è costituito da una serie di brevissime scene che coinvolgono due personaggi alla volta. I protagonisti sono Joy, commessa di una farmacia; Clive, un uomo che comunica solo attraverso barzellette e battute spiritose, con le quali cerca di conquistare Joy; Charlene, una ragazzina che non si sente amata dai genitori; Betty, la madre di Joy, che fa la parrucchiera in periferia e che non ci sta più tanto con la testa.
 
«Il lungometraggio cui stavo lavorando nell’estate 1986 saltò perché ebbi una specie di esaurimento nervoso. Per una serie di motivi personali non ero affatto in forma e non mi sentivo in grado di dirigere nulla. Il progetto fu abbandonato e mi fu detto in maniera esplicita che, per ottenere in futuro un’assicurazione medica per un film, avrei dovuto andare in terapia. Cosa che feci. Rimasi a casa insieme ai figli, il che non era male. Dopo un po' di tempo, David Rose di Channel 4 mi richiamò. Stava progettando una serie di film da undici minuti per il grande schermo e mi chiese se mi interessava farne uno. Fare un corto avrebbe provato la mia buona salute; poi avrei potuto rimettermi a lavorare sui lunghi. Così nacque Short and Curlies. In realtà dura 18' perché sono riuscito a persuaderli a mantenere quella durata. Il mio obbiettivo era realizzare un corto che avesse tutti gli elementi di un lungometraggio., come già i Five minutes Films. Era la prima volta che lavoravo in 35mm dopo Bleak Moments. Era proprio un corto per le sale! In quel momento si nutrivano grandi speranze sulla possibilità di vedere finalmente i corti al cinema.
Girare Short and curlies fu piacevole e liberatorio. Creativo. Più o meno tre settimane di preparazione e una settimana di riprese. Riguadagnai subito fiducia in me stesso, e credo si veda nel film. È una storia tragicomica. La comicità è continua, il film è costruito in modo buffo. Alla base di tutto ci sono però i bisogni dei personaggi, i loro desideri e le loro delusioni. E, ovviamente, c'è tristezza. Il mio stile del film si fece più audace. Lo stile di ripresa verso cui Roger mi spingeva, non era uno stile che avrei usato in passato, una specie di “contro inquadratura” in cui la mdp si muove di sua spontanea volontà. In effetti, se si osserva il mio percorso da Bleak Moments ai film televisivi, ci si rende conto che c’è una disciplina, un controllo costanti. Se invece si osserva la prima inquadratura di Naked… ci si rende conto che in effetti il mio percorso, da Short and Curlies fino a Naked, è stato più “avventuroso”, anche se il mio gusto è per uno stile discreto e controllato. David Thewlis è così casuale di fronte alla macchina da presa che quasi interrompe la fluidità dell’azione. Anche se poi il lavoro di Thewlis è tutto costruito per lavorare in modo speculare all’energia affannosa di Betty. Volevo che questo film avesse un corpo solido ma a più strati». (Mike Leigh)
 
A Sense of History
Soggetto e sceneggiatura: Jim Broadbent. Fotografia (col., 35mm.): Dick Pope. Musica: Carl Davis. Suono: Tim Fraser. Scenografia e costumi: Alison Chitty. Montaggio: Jon Gregory. Interpreti: Jim Broadbent (23° conte di Leete), Stephen Bill (Giddy), Belina Bradley (figlia del conte), Edward Bradley (figlio del conte). Produttore: Simon Channing-Williams. Produzione: Thin Man Films/Film Four International. Origine: Gran Bretagna, 1992 (trasmesso da Channel 4 alle 21.30 del 26 aprile 1992). Durata: 28'.
 
Premio del pubblico al Festival di Clermont-Ferrand 1993
Premio FIPRESCI al Festival di Cracovia 1993
Nomination ai premi BAFTA 1993 come miglior cortometraggio dell'anno.
 
In pieno inverno, il ventitreesimo conte di Leete passeggia per la sua grande proprietà di campagna e racconta la storia della sua vita. I suoi antenati erano giunti in Inghilterra con Guglielmo il Conquistatore e quella terra appartiene alla casata ormai da molte generazioni. Il conte parla dei suoi genitori – il padre, inetto e violento, e la madre, bella ma sciocca – e di suo fratello maggiore. Racconta di come si sia reso conto che l'incompetenza paterna avrebbe dilapidato il patrimonio familiare e della sua frustrazione nell'apprendere che, in qualità di secondogenito, non avrebbe ereditato la proprietà e non avrebbe dunque potuto evitarne la rovina. Alla fine del suo racconto, dopo aver anche confessato di aver assassinato sua moglie e suo fratello maggiore, il conte esprime i suoi sentimenti appassionati nei confronti della terra, della sua eredità e contro tutte le forze e istituzioni moderne che considera nemiche.
 
«Jim Broadbent ha un cottage in Lincolnshire, e un giorno, passeggiando in una zona paludosa, improvvisò tra sé e sé questo monologo. Poi, tornato a casa, lo mise giù e lo portò alla BBC, ma loro esitavano. Poi me ne parlò, mi chiese se volessi leggerlo – sapeva che non avrei diretto qualcosa scritta da altri. Lo lessi e pensai: “In effetti, sarebbe molto divertente da fare”. Ne parlai con Simon Channing Williams, che era d'accordo con me. Era una sorta di mockumentary. Nel frattempo la BBC continuava a temporeggiare. Così telefonai a Alan Yentob: a suo parere, tutti avrebbero riconosciuto Jim e che quindi non avrebbe funzionato come un falso documentario. Così mentre loro continuavano a procrastinare, svoltammo verso Channel 4 e David Aukin disse immediatamente: “Sì, ok, lo facciamo”.
Prima di allora non avevo mai preso in considerazione di poter dirigere una storia scritta da qualcun altro, ma questa volta avevo buone sensazioni. Di una storia che ho partorito, padroneggio ogni sfumatura, so il senso di ogni inquadratura. È come un’estensione di sé. È diverso con una sceneggiatura altrui: non è mai solo questione di gusto personale o di sintonia tra autori diversi. Invece con A sense of history la questione non si poneva, era perfettamente nelle mie corde. A questo proposito decisiva è la scelta degli interpreti. L’attore diventa il terzo lato di un triangolo. In questo caso quindi non era un caso che la sceneggiatura includesse in sé l’interprete, anzi che quell’interprete l'avesse scritta. In un certo senso questo progetto aveva molto a che fare con il mio stile di lavoro, era ready-made, organico. Non si trattò infatti di un’esperienza alienante, ma di qualcosa di liberatorio. La brillante storia di Jim era davvero in sintonia con me, ne sono responsabile per l’aspetto visivo come per qualsiasi mio lavoro. Sono orgoglioso del risultato, nonostante non lo abbia progettato o scritto in prima persona. Ho lavorato con la mia solita squadra: fotografia di Dick Pope, scenografia di Alison Chitty, musica di Carl Davis. Alison ottenne questa bellissima casetta sul lago da una barca rovesciata. Ovviamente prendemmo dei ragazzini snob per interpretare i bimbi. Carl Davis compose le musiche nel giro di un’ora, poiché era molto impegnato con un tour in Germania. Venne in sala di montaggio e guardò il materiale un paio di volte, se ne andò, scrisse e registrò la musica, tutto nel giro di quarantotto ore, ed è un bel commento sonoro». (Mike Leigh)
 
Mike Leigh (Salford, Lancashire, 20 febbraio 1943): grazie ad una borsa di studio si iscrive nel 1960 alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra, seguendo parallelamente corsi di scenografia (alla Central School of Art & Design) e di recitazione (alla London Film School). Nel '62 mette in scena Il guardiano di Harold Pinter per il teatro della RADA. Nel '65, diventa regista associato al Midland Art Centre di Birmingham, dove mette in scena la sua prima commedia, The Box Play. Nel 1971 debutta nel lungometraggio con Momenti tristi (Bleak Moments, tratto da una sua pièce), film a basso budget prodotto dalla Memorial Enterprises di Albert Finney e dal BFI che vince il Pardo d'oro al Festival di Locarno. Continuare il lavoro nel cinema, tuttavia, non è facile, ma grazie alla televisione e a un'intensa attività teatrale, Leigh può proseguire la sua ricerca espressiva. Nell'88 fonda la Thin Man Films con Simon Channing-Williams, suo ex-aiuto regista. La sua carriera ha una svolta a fine anni Ottanta. Si susseguono: Belle speranze (High Hopes, 1988); Dolce è la vita (Life Is Sweet, 1990); Naked (1993) che ottiene il premio per la regia e quello per l'attore (David Thewlis) al Festival di Cannes; Segreti e bugie (Secrets & Lies, 1996), Palma d'oro a Cannes; Ragazze (Career Girls, 1997); il vittoriano Topsy-Turvy–Sotto-sopra (Topsy Turvy, 1999), che fa vincere all'attore Jim Broadbent una Coppa Volpi alla Mostra di Venezia e conquista due Oscar; Tutto o niente (All or Nothing, 2002); Il segreto di Vera Drake (Vera Drake, 2004), Leone d'oro a Venezia; La felicità porta fortuna (Happy-Go-Lucky, 2008) che ha fruttato un Orso d'argento a Berlino alla protagonista Sally Hawkins. Nel 2005 mette in scena al National Theatre di Londra Two Thousand Years, una delle sue pièce di maggior successo.
 
W l'Italia
 
Muto
realizzazione, soggetto, fotografia, montaggio, animazione: Blu. direttore artistico, musica, montaggio e missaggio audio: Andrea Martignoni. produzione: Mercurio Cinematografica. origine: Italia, 2008. formato: Beta SP. durata: 6’40”
 
Grand Prix, Compétition Labo al Festival di Clermont-Ferrand 2009
Premio "Miglior Corto Italiano dell'anno", FilmBreve 2009
 
Un’animazione ambigua e surrealista dipinta su muri pubblici a Baden e a Buenos Aires.
 
Blu inizia la sua carriera inseguendo la passione del disegno, della public art, specialmente quella illegale. Proviene dalla cultura dei graffiti. Occasionalmente realizza cortometraggi di animazione. Muto è un film a “graffiti animati” in cui "a muoversi nella realtà sono i personaggi disegnati sui muri e sui marciapiedi. Insomma, tutto vero, nessun ritocco al computer. Muto è uno dei più noti video di animazione coi graffiti – in gergo stop-motion – e quest’arte si chiama wall painted animation. È stato girato sulle pareti di edifici abbandonati a Buenos Aires e a Baden (Germania). L’artista che lo ha realizzato si fa chiamare Blu ed è l’astro nascente della street art italiana (le musiche sono di Andrea Martignoni). Per realizzare Muto Blu si è filmato, mentre disegnava e cancellava i graffiti. Un lavoro certosino, durato per parecchi giorni, e completato durante il montaggio, quando sono state velocizzate le immagini. Così, i graffiti di solito statici sui muri, hanno iniziato a muoversi, proprio come in un cartone animato. DietroBlu, che non si presenta mai col suo vero nome, si cela Nicola Mariani, 28 anni, writer bolognese, ma nato a Senigallia (Ancona). Ora vive a Barcellona, ma viaggia di continuo alla ricerca di spazi pubblici dove realizzare i suoi graffiti. Lo scorso aprile è stato invitato alla Tate Modern Gallery di Londra assieme ad altri cinque writers per dipingere una facciata del museo. I graffiti più noti di Blu si trovano a Milano (Bicocca, stazione Lambrate), sulla parete di un condominio di Livorno, su un silos al porto di Ancona, sulla parete di un condominio a Wroclaw (Polonia) e ad Aahrus (Danimarca) e sui muri di una casa di Praga. È uscito un libro – dal titolo Blu (Studio Crome) – che raccoglie le sue principali opere". (Massimo Morici)