Cosa resta della rivoluzione, di Judith Davis

Basato sulla piece teatrale L’avantage du doute, un grido di protesta che riprende il testimone gettato dal cinema militante di Loach e Brizè e lo stempera nel tono di commedia dolceamara

“E’ più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.” Mark Fisher

Difendere prima i lavoratori e poi il lavoro. E’ il nodo cruciale sul quale si è sgonfiata la maggior parte delle sinistre europee negli ultimi trent’anni. La prima scena di Cosa Resta Della Rivoluzione fotografa perfettamente l’imbarazzo della classe dirigente progressista di fronte al licenziamento di Angele (Judith Davis), giovane promettente urbanista vittima dei tagli del capitalismo new age. Le si preferisce uno stagista schiavizzato e sottopagato: di fronte alla rabbia di Angele (“ci avete divorato, eravamo buoni? La figura chiave della vostra generazione è il pedofilo!”) non resta che chinare il capo. Dove sono i sogni del 68, dove sono le utopie rivoluzionarie degli anni 70, dov’è finita la voglia di cambiare il mondo? La famiglia è una istituzione borghese che trasforma i desideri di una società più giusta in frustrazioni di arrampicatori sociali che vogliono passare a un livello superiore di benessere. Simon (Simon Bakhouce), il padre di Angele, dagli astratti furori comunisti è passato alle ricette di cucina; la madre Diane (splendida Mirelle Perrier) attivista e anarchica si è ritirata in campagna arrendendosi alla politica di privatizzazione di Jospin; la sorella Noutka (Melanie Bestel) si è incistata in un ménage familiare claustrofobico sposando il reazionario Stephane (Nadir Legrand) che giudica le persone dalla produttività. Tutti rinchiusi in un bozzolo di seta egoistico, poco aperti ad accogliere i pensieri altrui, poco disposti a privarsi del superfluo per donarlo a chi è più sfortunato. Angele legge l’elegia del perdente di Walt Whitman entrando in una banca e viene naturalmente presa per pazza. In un rigurgito di lotta di classe disegna il dito medio sui poster della generazione Prozac o sui bancomat. L’amica Leonor (Claire Dumas) fa la scultrice e per sopravvivere vende calchi di piedini di neonati (“L’impronta eterna del vostro bambino”); il preside di scuola Said (Malik Zidi) stupisce il collettivo di disoccupati recitando ad alta voce i versi di Allen Ginsberg che glorificano il corpo e la gentilezza dell’animo.

La regia tiene bene durante i duetti familiari esaltandosi nei veloci campo-controcampo ma cede un poco di qualche tono quando deve avventurarsi nel descrivere la storia d’amore tra Angele e Said. Due scene restano impresse nella memoria: la prima è quello del ballo tra padre e figlia mentre scorrono in sovraimpressioni le immagini giovanili della madre, la grande assente, il vero motivo della disperata lotta di Angele alla conquista della propria identità. La seconda è la cena in famiglia nel sottofinale che svela debolezze personali e ossessioni collettive, mostrando come la felicità sia semplicemente una maschera di convenienza. Di fronte alle urla naziste di Stephane che licenzia per finta l’artista Leonore, scopriamo i soprusi e le nefandezze di un sistema che ha come unico scopo il profitto e se ne frega dell’individuo umiliandolo ed emarginandolo dalla collettività.
Basato sulla piece teatrale L’avantage du doute, Cosa resta della rivoluzione è un grido di protesta che riprende il testimone gettato dal cinema militante di Ken Loach (Sorry we missed you) e Stéphane Brizè (In guerra) e lo stempera nel tono di commedia dolceamara. Di fronte alle ingiustizie e agli squilibri di una società divorata dal consumismo dove l’immagine pubblicitaria propone bisogni non essenziali, il pugno alzato di Judith Davis sembra impotente proprio perché lasciato solo. Un tempo si volevano il pane e le rose adesso è purtroppo il momento di pane e marketing. E’ la legge del capitalismo, bellezza. Ed è questa legge che ha annullato la lotta di classe facendola diventare una triste competizione tra consumatori, un miserabile contenzioso tra poveri.

Titolo originale: Tout ce qu’il me reste de la révolution
Regia: Judith Davis
Interpreti: Judith Davis, Malik Zidi, Claire Dumas, Simon Bakhouche, Mélanie Bestel, Nadir Legrand, Mireille Perrier, Yasin Houicha, Jean-Claude Leguay, Emilie Caen
Distribuzione: Wanted
Durata: 88′
Origine: Francia, 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Il voto dei lettori
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