“Cose nostre – Malavita”, di Luc Besson

La candidatura agli Oscar per l’interpretazione ne Il lato positivo ha fruttato quantomeno a Robert De Niro dei copioni più affascinanti di quanto gli sia capitato troppo spesso ultimamente. Nell’attesa del si preannuncia fenomenale Grudge Match al fianco di Sylvester Stallone per la regia di Peter Segal, ecco il grande Bob commuoversi davanti alla proiezione di Goodfellas all’interno di uno sgangherato cineclub in un paesino della Normandia, dove la pizza del film di Scorsese (produttore esecutivo del film di Besson) è arrivata per sbaglio al posto di un Minnelli. E De Niro, boss sanguinario che sotto protezione si è reinventato autore di saggi storici, invitato a commentare proprio Quei bravi ragazzi si lancia in uno struggente amarcord in prima persona delle riprese del cult scorsesiano. Vertigine bessoniana, “relegare” definitivamente Scorsese ad una Storia del Cinema da cineclub, che fa il paio con l’ultimo, misconosciuto capolavoro di Luc, il già ultracitazionista Adèle e l’enigma del faraone: come se Besson volesse insistere sul racconto di una Hollywood-Titanic di cui l’apocalisse è imminente ma ritornante, già stata narrata più e più volte.

Ancora: in quello che qualcuno ha già definito “il miglior film di Martin Scorsese degli ultimi dieci anni” assistiamo una volta per tutte all’assimilazione appunto dell’iconografia e della mitologia scorsesiana a materiale di quella stessa Storia del Cinema di cui il regista italoamericano va costruendo il monumento film dopo film nella sua produzione recente. E’ di per sé uno slittamento esaltante, probabilmente in misura anche maggiore in confronto alla faccia buffa e grottesca della vicenda, con questa spietata e violenta famiglia di malavitosi italoamericani (la moglie è Michelle Pfeiffer ormai recuperata del tutto dal cinema dopo Garry Marshall e Tim Burton, e magnificamente in forma) che sovverte le assopite regole del villaggio francese addormentato sulle proprie abitudini, attraverso una serie di metodi poco ortodossi e scorrettezze risolutive proprie della tradizione mafiosa. Bella idea rubata al romanzo del prolifico Tonino Benacquista, ma che in sostanza permette a Besson soprattutto di orchestrare dei clamorosi duetti tra De Niro e il sempre impagabile Tommy Lee Jones, che in pratica potrebbero recitare l’intero film dialogando unicamente attraverso declinazioni della parola fuck.

E però sotto la patina di commedia nera Besson sembra scorgere anche stavolta il suo prototipo preferito, quello dell’adolescenziale, candido angelo della vendetta tra Nikita e la Matilde di Léon, stavolta incarnato dalla meravigliosa Dianna Agron, primogenita teenager del boss De Niro che diventa la protagonista assoluta della sezione finale del film, in cui Besson mette da parte del tutto i toni scanzonati per fare sul serio, e orchestrare un thriller d’azione notturno che porta chiarissimi i segni del suo stile e di tutto il suo cinema, nel momento in cui saranno proprio la timida Belle e il fratellino gli ultimi baluardi armati pronti ad affrontare le decine di sgherri spietati e letali arrivati in paese per regolare i conti con la famiglia di traditori. Puro Besson giunto dopo la fine del cinema, sui titoli di coda del celebre titolo scorsesiano. Lucidissimo.

Titolo originale: The Family


Regia: Luc Besson
Interpreti: Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Tommy Lee Jones, Dianna Agron, John D'Leo, Jon Freda, Dominic Chianese, Domenick Lombardozzi, David Belle, Vincent Pastore, Joseph Perrino, Paul Borghese
Origine: USA, Francia 2013
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 111'