“Cosmopolis”, di David Cronenberg

È sempre piu` chiaro come qualcosa si sia staccato nel cinema di Cronenberg nel finale di eXistenZ, datato 1999, fatidica fine secolo. Ma non ci riferiamo alle lamentele che da 4/5 film a questa parte vengono fatte al cineasta, che “non sarebbe più lo stesso” o avrebbe “perso quel tocco” malato e potentemente disturbante che avevano le sue visioni negli anni '80 e '90.

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Non è assolutamente questo il punto: e` che la ludica boutade di eXistenZ ha proprio introdotto nella poetica di Cronenberg la concezione di un sardonico svelamento che impone alle immagini e allo spettatore stesso un nuovo raddoppio sulla materia, una distanza che non permette di vedere meglio ma anzi confonde la natura dell’artificio, mischiandolo in una prospettiva più “larga” e volutamente meno a fuoco. Cronenberg, che era stato sino ad allora cineasta cristallino ed esemplare negli enunciati e nelle forme, ha deciso di lasciar perdere, almeno in apparenza, le ossessioni di sempre per chiudersi nei manicomi o in mezzo ai mafiosi russi.

Che cosa è successo? Quella dell'autore ci appare in realtà piuttosto come una presa di coscienza della definitiva impossibilita` di salvarsi, o di salvare qualcuno, qualcosa, il Mondo (ritorna l`ultimo Ferrara in Cosmopolis, quantomeno nell`atto finale con Pattinson e Giamatti unici uomini sulla Terra), facendo un film. Era la disperazione di Jung in A dangerous method: la devozione non funziona più, e allora va da sé che Freud adesso sembri un buffone con la barba posticcia e il sigaraccio sempre in bocca, Viggo Mortensen che grugnisce con un ghigno storto fisso in faccia.
Ecco, Cosmopolis in sostanza è tutto in quel dialogo del film precedente di Cronenberg, in cui Jung e Freud litigano per colpa di un rumore di assestamento, imprevisto o prevedibile, della libreria di legno. Buffonesca osmosi del bignami della psicanalisi in gag surreale.

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La(s)soluzione: David Cronenberg ha unicamente peggiorato in un barile di bile quel senso tragico e disilluso del grottesco che sottotraccia ne attraversa l`intera filmografia. Questi ultimi suoi film sono commedie (dis)umane in cui ogni cosa, dai dialoghi alla caratterizzazione dei personaggi, è portata all'esasperazione del segno, sino a capovolgerla nella propria stessa parodia. Cronenberg sghignazza, e questa trasposizione di De Lillo è sorprendente soprattutto come punto di non ritorno di questa sua pratica recente.
In questa limousine alla fine del mondo, come quella di Brain tra le macerie di Fuga da New York, personaggi tristi inscenano svogliatamente reading atonali e smorti dei dialoghi del romanzo di partenza, mentre dall`altra parte dei finestrini alla stessa velocità/lentezza di Lee Kang Sheng nel corto di Tsai Ming Liang presentato alla Semaine, Walker, scorrono quelle che sembrano essere le visualizzazioni delle immagini mentali create, di nuovo junghianamente, dai protagonisti.

Le parole messe in bocca da Cronenberg (unico autore della sceneggiatura) a Pattinson e soci sono quasi una messa in ridicolo sarcastica di secoli di questioni universali della storia del pensiero, con vette di straniamento tra Brecht e off-Broadway (soprattutto nel gia` citato frammento finale con Giamatti). L'interesse per i cambi di location tra l`abitacolo dell'auto e appartamenti, ristorantini, negozi di barbieri, parchetti, è minimo: la formula si ripete identica di incontro in incontro. Con una rassegnazione che si è trasformata in una sorta di sputo (di Freud) irridente, Cronenberg ci mostra quello che siamo diventati nonostante i suoi film, o appunto proprio come i suoi film avevano previsto.
David Cronenberg ci prende a torte in faccia, come fa lo strepitoso cameo di Mathieu Amalric spiaccicando un dolce sul volto del bel Pattinson (Amalric qui, come il satiro Cassel in A dangerous method, racconta dell`unico modo rimasto di essere sani, ovvero muoversi in maniera irrazionale), e poi ci chiede di andarcene via perché non ci sopporta più: voglio restare solo. Il suo film successivo, ragionevolmente e del tutto comprensibilmente, non potrà che essere uno slapstick.

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