Country for Old Men, di Pietro Jona e Stefano Cravero

L’opera prima dei registi Pietro Jona e Stefano CraveroCountry for Old Men, si propone come viaggio conoscitivo ed esperienziale di una realtà, sempre più comune in Occidente – e, nella fattispecie, nel continente americano –, in cui a raccontarsi è il fallimento di un sogno e di una società, quella per l’appunto tradita dall’American Dream della propria generazione. I registi seguono da vicino la (nuova) realtà costruita dalla comunità statunitense emigrata in massa, nell’ultimo decennio, in Ecuador, nel paese di Cotacachi, meravigliosamente sperduto tra le Ande; e qui si insinueranno tra le strade polverose del luogo, sotto il vulcano che domina lo spazio, a scrutare situazioni variegate e un po’ “folli”, tra cani randagi, gente della comunità locale che conserva ancora costumi e festività tradizionali, e americani in pensione venuti qui per restare e trapiantare uno stile di vita del passato che nel Paese d’origine non era più possibile mantenere in tempo di crisi.


Eppure, all’integrazione e all’incontro – che è soprattutto incontro linguistico – con i locali, gli americani “rifugiati economici” sembrano preferire la conservazione di uno stato di immobilità, quello che li porta a sentirsi maggiormente al sicuro con un sistema d’allarme sempre attivato e delle alte inferriate intorno alle proprie dimore; e proprio qui, all’interno delle loro enormi residenze, circondate dal verde e dal vento, metteranno in piedi la messa in scena di un’attesa, di una reiterazione infinita di gesti e momenti venuti da una vita precedente – che non esiste più –, finendo per stereotipizzare luoghi e situazioni che prima d’allora non avevano conosciuto la condotta (capitalistica) a stelle e strisce.CFOM_cancello-1140x641
Jona e Cravero decidono di assemblare sguardi sul luogo, tratteggiato sempre con una nota di cupezza e senso di appiattimento, e momenti di maggiore vicinanza alla comunità americana, colta nella sua variegata presenza, nelle quotidianità semplici e malinconiche – dalle visite in massa in cerca di case “preconfezionate”, alle lezioni di lingua spagnola, o di Chi Kung, queste ultime rigorosamente tradotte in inglese –, dove il vantaggio è che qui «non accade mai nulla di male» e si può sopravvivere solo con la previdenza, ma il senso forte che emerge è che trasferirsi ha avuto, per loro tutti, un sapore amaro di rassegnazione.

Il film è, probabilmente, questo racconto intriso sottilmente di sofferenza – per un’identità perduta – e di grande spirito di avventura che caratterizza da sempre il popolo americano; la ricerca di un benessere e una maggiore stabilità finanziaria è stata la causa prima del loro trasferimento in Sud America, ma le ragioni economiche si arrestano di fronte alla necessità di trovare la vera serenità personale in un posto lontano da casa.
La presenza americana nel documentario è preponderante, frutto di una scelta registica precisa che ha condotto a un’attenzione esclusiva per i rifugiati; ma gli abitanti locali si muovono comunque intorno al film, mostrati in modo silenzioso eppure costante, ridotti quasi a corollari degli americani che su di loro hanno imposto prepotentemente denaro, usi e lingua di casa propria in una contaminazione irreversibile.

 

Regia: Pietro Jona, Stefano Cravero
Distribuzione: Lab80
Durata: 79′
Origine: Italia, USA, 2017