“Cowboys & Aliens”, di Jon Favreau


Jon Favreau si conferma con Cowboys & Aliens come uno dei cineasti più noiosi e meno interessanti della Hollywood blockbuster contemporanea: qui sembra sentire terribilmente la mancanza di un elemento catalizzatore com’era Robert Downey Jr/Tony Stark, che nella sostanza si assumeva il compito di dirigere in tutti i sensi il film da sé, e così lascia progressivamente naufragare l’opera verso una confusa, incolore approssimazione

Jon Favreau si conferma con Cowboys & Aliens come uno dei cineasti più noiosi e meno interessanti della Hollywood blockbuster contemporanea. Uno yes man chiaramente in grado di portare a termine senza intoppi i compiti assegnatigli dai suoi producers, vedi il clamoroso successo planetario dei due scialbi, modesti episodi di Iron Man realizzati per la Marvel. Ma che in questo caso, trovandosi a dover reggere le fila di un progetto esponenzialmente più complesso e stratificato – produzione di Spielberg e Ron Howard/Brian Grazer, sceneggiatura dei fenomenali Kurtzman & Orci dalla graphic novel di Scott Mitchell Rosenberg (con pesanti influenze de I lupi del Calla di Stephen King), cast imponente con Daniel Craig, Harrison Ford, Sam Rockwell, Paul Dano, Keith Carradine… – sembra sentire terribilmente la mancanza di un elemento catalizzatore com’era Robert Downey Jr/Tony Stark, che nella sostanza si assumeva il compito di dirigere in tutti i sensi il film da sé, e così lascia progressivamente naufragare l’opera verso una confusa, incolore approssimazione.
E’ un peccato perché lo script degli autori dei primi due Transformers e Fringe avanza attraverso il loro consolidato iter di progressivi allargamento e astrazione degli spazi e dei confini (incipit nel villaggio / spedizione tra le radure del West / battaglia finale in campo aperto), alla stregua di quanto accadeva nel loro capolavoro La vendetta del caduto. Ma soprattutto perché anche stavolta è evidente la filologia spielberghiana alla base del plot, con una serie di situazioni comuni (i prigionieri ridotti a larve nascosti nei cunicoli della terra, gli alieni alla ricerca dei metalli del nostro pianeta…) che il quasi-coevo Super 8 sviluppava con un senso di fortissima intimità e sincera malinconia, e che in Favreau al contrario diventano puramente strumentali all’esplosione della macchina kolossal, che si mangia i personaggi (sprecatissimo l’impegno tutto digrignato di Harrison Ford) e l’ambientazione western della prima parte, certo calligrafica ma con un divertito brio che poi il raffazzonato finale sci-fi si dimentica del tutto (verrebbe da dire che il vero western soprannaturale degli ultimi anni sia in realtà Appaloosa).
Libatique torna a fare Libatique unicamente nei flashback che colpiscono il personaggio di Craig/Lonergan, dove attinge a piene mani dal suo stile “prima maniera” tutto saturazioni e white balance sballata, anche lì come se cercasse una via di fuga in quelle parentesi da uno sguardo piatto e senza energia com’è quello di Favreau (certo i due sono comunque al terzo film insieme), rimpiangendo di non avere la libertà riguadagnata recentemente nel possente lavoro realizzato per Il cigno nero di Aronofsky.
Messa così, l’elemento migliore del lotto si rivela alla fine la radiosa Olivia Wilde, traiettoria fluorescente che attraversa il film innalzandosi, trasformandosi e addirittura resuscitando come se fosse passata dal cimitero dei Prime: ma è l’attrice che si tiene stretta il personaggio (mentre Daniel Craig sembra abbastanza spacconescamente disinteressarsene, non farci troppo caso, com’è uso tra i duri silenti del West), sicuramente non un merito del regista.

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Titolo originale: id.
Regia: Jon Favreau
Interpreti: Daniel Craig, Harrison Ford, Olivia Wilde, Keith Carradine, Paul Dano, Sam Rockwell
Origine: USA, 2011
Distribuzione: Universal
Durata: 119'

 

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