Crazy & Rich, di Jon M. Chu

Ho recuperato Crazy Rich Asians perché Aziz Ansari ne fa un perno dell’ultimo Right Now, il suo special Netflix griffato Spike Jonze che considero uno dei must dell’estate, e anche per permettervi di votarlo all’interno del nostro sondaggio sul miglior film della stagione, appena varato (l’uscita italiana risale al ferragosto di un anno fa).
Con i suoi quasi 240 milioni di dollari di incasso globale, il film di Jon Chu è, com’è noto, la commedia romantica di maggior successo da un decennio a questa parte, rilanciando un genere che si credeva oramai estinto per mano della serialità e delle piattaforme, e la prima opera con cast interamente orientale prodotta da Hollywood da 25 anni: la sua fortuna di pubblico si affianca per gli analisti USA a quella di Black Panther e Coco nell’ottica di film incentrati sulle “minoranze” in grado di sbancare il box office.
I sold out per il tour di Ansari rientrano nella stessa epoca della fruizione gentrificata d’altronde, e nella nicchia dei comedian indo-americani di successo come lui, Hasan Minhaj, o Kumail Nanjiani. Aziz lo sa bene e, con la complicità della regia in-your-face di Jonze, decide di mettere a disagio la sua platea bianca tirandola numerose volte in ballo sui comportamenti tipici di questi tempi di esasperato politically correct, compreso il 97 % di rating che Crazy & Rich detiene su Rotten Tomatoes, tra persone che esaltano il film senza averlo visto, pur di stare dalla parte giusta, e altri che lo supportano solo perché “significa molto per i nostri amici asiatici”. La clip è questa qui:

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Ora, fossi stato lì tra il pubblico di Ansari avrei risposto che buona parte del mio interesse verso il film risiede in Michelle Yeoh (oltre ad una segreta ammirazione per il cinema di Jon Chu che non rivelerei mai ad altra voce), ma avrei prestato il fianco al cliché del bianco che crede di conoscere la cultura cinese/hongkonghese perché è appassionato di film di Jackie Chan, Ang Lee e Johnnie To.
Ma tant’è: il fascino più inedito di Crazy Rich Asians è tutto nella maniera in cui Chu costruisce la propria rassicurante narrazione all’interno di un mondo completamente innalzato sulle merci, in cui ogni edificio e situazione sembra letteralmente un monumento alle divinità del mercato e dello scambio commerciale, come evidenzia il party di addio al celibato tra gli hangar di una nave cargo in acque internazionali, e la passerella di personaggi vistosamente arricchiti insieme a quelli che fanno di tutto per nascondere la loro troppa ricchezza.
Dopo un incipit da opera da selezione perfetta per l’appena smantellata Kulinarische Kino della Berlinale, tra lo street food di Singapore (“la città più cara del mondo”) e le lezioni su come arrotolare i dumplings, il film si dipana infatti in una serie di location sospese tra isole reali e artificiali (il fiume in una stanza della cerimonia matrimoniale), senza alcuna ombra di un appiglio, uno sfarzo totalmente astratto che procede per accumulo di espansioni, tra Taiwan, Hong Kong, New York, cover in cantonese di Material Girl e Ken Jeong che ancora una volta non può resistere a tornare a parlare come Mister Chow.

L’unica effettiva idea è qui il confronto finale tra la protagonista colpevolmente troppo “americana” e povera, l’irresistibile Constance Wu, e la severissima suocera Michelle Yeoh al tavolo di una tesa partita di MahJong. Ma quello che Ansari non nota, ma che non è sfuggito a chi scrive perché richiama un po’ la situazione in cui ho visto il film in questo agosto, è che la struggente chiusura del suo special, dedicata a quanto poco facciamo attenzione ai nostri genitori quando torniamo a casa per le vacanze, è di fatto la stessa obiezione su cui si concentra l’astio del nucleo singaporiano del protagonista Nick, colpevole di aver abbandonato l’azienda miliardaria di famiglia per farsi una vita nella Grande Mela.
Cast, produttori, regista e anche l’autore dei romanzi di base Kevin Kwan si dicono tutti volenterosi a lavorare al sequel, e i vari sottofinali sembrano in effetti suturare tutte le fratture nella stessa ottica: come a dire ah ma’, prendi ‘sta spesa, non fare l’offesa, chi se ne frega, stasera sto qua, rimango a cena, non fare ‘sta scena, resto stasera, poi lasciami sta’…

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