Criminal, di Ariel Vromen

Se nella regia di Vromen non è possibile rintracciare nulla che la distingua da un medio prodotto contemporaneo, ciò che fa ancora la differenza è il solo fattore umano. A cominciare da Costner

Quando l’agente della CIA Bill Pope viene ucciso da un gruppo di anarchici intenzionati a mettere le mani sull’Olandese, un hacker capace di penetrare nel terribile arsenale americano, i servizi segreti non sanno più a che santo votarsi. Perciò in loro soccorso verrà un demonio, un criminale violento e anaffettivo, Jerico Stewart, incatenato mani e piedi in una cella di massima sicurezza. È il dottor Franks il grande artefice, che, grazie a una tecnica sperimentale, impianta in Jerico i ricordi di Pope. Gli effetti saranno inaspettati. E devastanti…

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Chissà se nel tratteggiare la figura principale, gli sceneggiatori Douglas Cook e David Weisberg avessero in mente una serie con al centro questa specie di eroe cattivissimo dalle cicatrici bene in vista, un equalizer psicopatico. Quando l’agente Wells si ripromette di dargli un lavoro, la strada sembra esser proprio quella. Le incredibili avventure di Criminal. Fatto sta che Jerico Stewart è davvero un personaggio unico, un mostro che si muove come una pala meccanica in un universo hi-tech. Fuori luogo, quindi, ma risolutivo. Un sabotatore a cui basta una semplice accetta per far piazza pulita dei nemici, che uccide a calci in faccia e urla agli sguardi, anche i nostri. Jerico, in fondo, è un sopravvissuto, uno scarto della linea evolutiva, un primate dal cervello non completamente sviluppato, che nella sua furia cieca e nella sua animalesca velocità di esecuzione si trasforma in un incubo della società del controllo.

 

criminal-kevin-costner-gal-gadotÈ vero, nella regia pulita e competente di Vromen non è possibile rintracciare nulla che segni la differenza rispetto a un medio prodotto contemporaneo, a parte il cast fenomenale. Personaggi che entrano in scena già in movimento, montaggio veloce, geolocalizzazione attivata, controllo delle traiettorie dell’azione nello spazio, moltiplicazione degli schermi. Basta premere il tasto enter (o il play) e si va avanti di default, senza scintille o sussulti. Cinema pienamente inserito nel flusso delle immagini nell’era del cyberdominio, che rievoca Frank(en)s(tein) nel mito delle meravigliose sorti e progressive dell’utopia (fanta)scientifica. Ma è solo una falsa pista. Alla fine la vera operazione, il vero innesto il dottor Franks – che ha il volto magnifico e millenario di Tommy Lee Jones – lo compie a parole. Non si può vivere senza emozioni.

Ciò che fa la differenza, allora, è solo il fattore umano, quell’irrinunciabile residuo analogico che ci ricorda ancora che siamo fatti di carne e sangue, di sentimenti ed emozioni autentiche, di azioni e reazioni non programmabili a tavolino. Ed aver consegnato a Jerico, prima ancora che i ricordi di Pope, il volto e il corpo di Kevin Costner è il segno più marcato, evidente, di questa umanità resistente. Un Costner che pare risalire dalle tenebre di Devil Anse Hatfield, per “intenerire” di nuovo i cuori. Un Costner che si muove come un vecchio arnese rifiutato dalla vita, e che pure è capace di essere ancora l’uomo dei sogni. Come l’immenso Butch Haynes di A Perfect World. Alla fine non servono parabole, come sulla montagna di Superman, per ricordarci il segreto. Questo mondo è tutt’altro che perfetto. E imperfette sono le nostre azioni, le nostre pulsioni, le nostre scelte. Ma tant’è. Si può ancora vivere.

 

Titolo: Id.

Regia: Ariel Vromen

Interpreti: Kevin Costner, Gary Oldman, Tommy Lee Jones, Ryan Reynods, Gal Gadot, Michael Pitt, Alice Eve, Jordi Mollà

Distribuzione: Notorious Pictures

Durata: 117’

Origine: Regno Unito/USA, 2016

 

 

 

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