Cure, di Kiyoshi Kurosawa
È il film-manifesto del Giappone post-bolla: con il maestro che raffigura metaforicamente il collasso esistenziale di un paese in piena recessione alla pari di un grigio, e desolante inferno terreno
La sensazione di horror vacui che trapela dagli spazi desolati della Tokyo di Kurosawa, non è solo lo strumento con cui il maestro nipponico connota la realtà urbana in cui prende piede la storia di Cure sotto il segno di una perturbante visione post-apocalittica della capitale giapponese: è la sineddoche di tutte le riflessioni avanzate dal regista ai tempi della cosiddetta Lost Decade (1991-2001) e della valenza apertamente sociologica del suo cinema. Da questo punto di vista, la presentazione di una città vacua, immersa in un grigiore perenne e contraddistinta da strade sgombre e luoghi post-industriali, e da cui emerge un senso di desolazione inspiegabilmente orrorifico, è il controcampo di una nazione sull’orlo del collasso esistenziale, falcidiata dall’onda lunga della recessione economica generatasi in seguito allo scoppio della bolla nel 1991, e sotto le cui “ombre” si muovono non cittadini, ma “anime desolate”. Soggette a fenomeni spiazzanti, tra cui citiamo il Terremoto di Kobe del ’95, l’attacco terroristico con il gas sarin organizzato dalla setta Aum Shinrikyo alla metropolitana di Tokyo e la terribile strage commessa dal ragazzino denominato “Shōnen A”, che hanno portato i giapponesi a scontrarsi negli anni Novanta con l’immagine frammentata del loro paese: come se la nazione avesse perso improvvisamente la propria “innocenza”, dando vita a nuove forme di vulnerabilità collettive, che Kurosawa interpreta qui in termini puramente allegorici.
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Da qualsiasi angolazione lo si analizzi, Cure non può che palesarsi come il testo definitivo del Giappone post-bolla: di un paese che nel giro di pochi anni ha vanificato le promesse di benessere collettivo, le immagini di famiglia nucleare e le istanze di operosità su cui la nazione aveva fondato il suo imperialismo culturale nel corso degli anni Settanta ed Ottanta, costringendo così i propri cittadini a rielaborare drammaticamente la propria identità di giapponesi e di individui, essendo privati delle sicurezze non solo economiche, ma anche esistenziali. Ed ecco che Kurosawa, da attento osservatore qual è, interpreta la realtà urbana dei suoi film realizzati in prossimità dello scoppio della bolla (almeno fino a Bright Future) alla stregua di un inferno terreno, sotto le cui spire nessuno si può veramente salvare, a meno che non si abbandoni tragicamente il proprio sistema di valori (testimone delle crisi di un presente-assente) per sostituirlo con una sfera valoriale (ed identitaria) differente. E l’unico modo, agli occhi del cineasta, per mettere in scena le psicosi contemporanee dei suoi concittadini, è l’allegoria: che nei meandri del cinema horror non può che assumere il volto dell’Apocalisse.
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Le narrazioni apocalittiche di Kurosawa, date le connessioni che presentano con la sfera sociale del Giappone post-bolla, seguono sempre uno schema preciso, che porterà il protagonista di un racconto ad essere strappato dal proprio contesto di appartenenza, e a mettere così in questione la propria integrità psicofisica – e quindi i “ruoli sociali” che lo contraddistinguono – non appena si confronta con un elemento demiurgico e catalizzatore (si pensi ai fantasmi di Kairo, all’albero miracoloso di Charisma, o alla tempesta pandemica di Barren Illusion) che in Cure prende la forma di un amnesico (e identitariamente vacuo) serial killer: vittima e al tempo stesso artefice di una realtà fantasma che enfatizza la disperazione e il senso di sfasamento dei giapponesi nel periodo immediatamente successivo al collasso della bubble economy.
Non a caso, nell’incipit del film, Kurosawa mette in scena una sequela di omicidi a cui non è possibile attribuire un senso logico. Tokyo sembra dominata da un’immobilità spiazzante, compromessa solo in parte da una serie di uccisioni perpetrate secondo una metodologia fissa, adottata però da persone differenti. Ogni carnefice, dopo aver lasciato una X sul petto della vittima, dichiara infatti di non avere memoria dell’atto violento, commesso in uno stato di trance. Ad istigare le azioni di queste “anime desolate” è un giovane uomo di nome Mamiya (Masato Hagiwara), che servendosi dell’ipnosi mesmeriana, sollecita le vittime a compiere gli efferati gesti, senza che tali individui godano di un controllo coscienziale sulle loro azioni. E proprio il confronto con il “villain” di Cure, porterà il detective Takabe (Kōji Yakusho) a prendere atto della sua stessa “vacuità esistenziale” e delle crisi che lo affliggono, sviscerate patologicamente verso l’esterno (segno di un’Apocalisse interiore, riflessa dalla desertificazione urbana) ogni volta che si interfaccia con l’assassino.
Ma perché gli scambi dialogici tra i due protagonisti di Cure assumono qui una radicalità e una valenza sociologica senza veri precedenti? Il motivo lo rintracciamo nella natura indefinibile che Kurosawa assegna al giovane serial killer. Mamiya è, di fatto, un contenitore vuoto: non ha identità né pulsioni, e grazie a questa sua vacuità fa sprofondare le vittime nel baratro della neutralizzazione. Le ipnotizza non in quanto essere straordinario, ma nullo: e come tale ingloba le crisi socio-culturali del paese, manifestandole attraverso gli interrogativi con cui tempesta di volta in volta le sue prede. Dal momento che le strutture interne dell’individuo sono vacue, riesce a problematizzare ciò che gli altri non sono neanche in grado di concepire, proprio perché soccombono quotidianamente alle conseguenze della Lost Decade senza mai agire. Senza muovere un passo. Come fossero fantasmi. E lo stesso Takabe, incapace ormai di coniugare in una realtà simile il suo ruolo “pubblico” di poliziotto con l’immagine “privata” di uomo sposato, dovrà cambiare drasticamente il proprio spettro identitario, se vorrà sopravvivere alle sfide della (nuova) quotidianità.
“Il detective o il marito, quale dei due sei realmente?” gli chiede nel loro penultimo confronto Mamiya. Ma la risposta, come tipico del ragazzo, è già compresa nell’interrogazione, e incapsula tutti i discorsi che Kurosawa ci propone qui sulla condizione esistenziale del cittadino giapponese. “In realtà non sei nessuno dei due. In realtà non sei nessuno”. Takabe, ormai, non ha neanche più la forza né la volontà di nascondere ciò che da tempo lo sta reprimendo, e sputa in faccia all’omicida tutta una serie di illazioni sulla moglie. Il detective sta ora entrando in frantumazione. O meglio, sta iniziando a comprendere che per adattarsi alle atmosfere repressive della Lost Decade bisogna mettere in discussione i valori del passato/presente, per poi annullarli. Solo così si emerge dallo stato di narcotizzazione a cui sono soggette le anime desolate del Giappone post-bolla, almeno finché non si trova un senso nuovo di stare al mondo. “È la società che non ci permette di essere felici” confessa emblematicamente il protagonista di Cure in una delle sequenze conclusive del film, con Mamiya di fronte a farsi specchio delle sue crisi interne/esterne. A questo punto l’ontologia del mondo di Kurosawa non può che intersecarsi con l’Apocalisse, che riconfigura la realtà in relazione ai cambiamenti psichici dell’individuo, fino a desertificarla. Dando così vita ad una visione fantasmatica della capitale del Sol Levante di fine anni Novanta, che continuerà a tormentarci finché ne avremo memoria.
Titolo originale: Kyua
Regia: Kiyoshi Kurosawa
Interpreti: Kōji Yakusho, Masato Hagiwara, Tsuyoshi Ujiki, Anna Nakagawa, Yukijiro Hotaru, Yoriko Doguchi, Denden, Ren Osugi, Masahiro Toda, Misayo Haruki, Shun Nakayama, Akira Otaka, Shôgo Suzuki, Touji Kawahigashi, Hajime Tanimoto, Tarō Suwa, Takeshi Mikami, Makoto Kakeda, Taijirō Tamura, Makoto Togashi
Distribuzione: Double Line
Durata: 112′
Origine: Giappone, 1997























