Da Brian Eno ad Arrival: quando il linguaggio diventa un algoritmo

A chi si lamentava che il 2016 fosse stato un anno privo di sperimentazione culturale, ci ha subito pensato il nuovo anno a rimediare. Ma se si apre il calendario e sulla prima casella del mese c’è segnata l’uscita del nuovo album di Brian Eno, non è certo una sorpresa che questo sia accaduto. Il 2017 ha fatto infatti il suo esordio proprio con la pubblicazione di Reflection, ennesimo disco in studio di Eno, che riporta il produttore e compositore più intelligente del mondo (almeno così è stato definito) ai vertici della sperimentazione musicale. Infatti chiamare questa opera “album” è concettualmente sbagliato dal momento che si compone unicamente di una traccia di 54 minuti che si snoda tutta su una sequenza di note di base. E’ una proposta che rientra nell’operazione di rivalutazione dell’ambient music (o di thinking music come ama definirla Eno) che è stata portata in auge dal musicista a partire dagli anni ’80 in collaborazione con David Byrne dei Talking Heads con il quale ha composto My Life in the Bush of Ghosts (1981). Sebbene quest’ultimo sia stato forse il tassello più grande verso il suo sviluppo della musica da ambiente, Eno ha dichiarato che Reflection è stato concepito come un discendente spirituale dei suoi Discreet music (1975), Thursday afternoon (1985), Neroli (1993) e LUX (2012). Un percorso che però sembra essere arrivato ad uno snodo fondamentale in questo 2017 quando il suo operato appare più pionieristico che mai.

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Brian Eno, neanche a dirlo, è arrivato prima di tutti pensando ad una musica che sia possibile modellare a seconda delle proprie necessità. La sua intuizione è partita dalla concezione che il prodotto impostato su una modalità statica sia giunto al termine nel momento stesso in cui la multimedialità permette agli utenti di intervenire sul risultato finale. Per questo Reflection, oltre alla versione materiale del disco e quella in streaming, si avvale anche di un’app disponibile per IOS e Apple TV che è la vera essenza del progetto. Una volta scaricata, questa è in grado di produrre un flusso di musica continuo che varia grazie all’ausilio di un algoritmo capace di modulare la composizione a seconda dei momenti della giornata ed all’uso del dispositivo che si sta facendo in quel momento. “Una musica mondo da ascoltare come se si fosse seduti sulla riva di un fiume” si legge nella descrizione “Questo è sempre lo stesso fiume ma cambia in continuazione”. Un’idea questa che potrebbe esser stata partorita quando Eno sviluppò altre due applicazioni su cui ha lavorato in questi anni, Bloom Trope, con le quali si poteva partecipare al gioco della creazione musicale toccando lo schermo di un iPhone: a ogni contatto nasce un suono, che cambia, si intreccia con altri, si ripete in modo sempre diverso.

Pare una strana coincidenza (oppure semplicemente un chiaro segno di dove le cose ci stanno portando) che il 19 Gennaio arrivi nei cinema italiani Arrival. Il nuovo film di Denis Villeneuve, presentato in anteprima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, è tratto dal racconto Storie della tua vita di Ted Chiang dove si racconta dell’approdo di dodici misteriose astronavi extraterrestri sulla terra. Il primo problema che sorge tra gli umani ed i nuovi arrivati è quello del linguaggio che, guarda caso, viene formulato dai secondi tramite sequenze di segni generate con il tatto e con il suono. Quello che però veramente divide le due specie è la diversa modalità con cui ci si approccia alla comunicazione: gli uomini hanno una visione lineare collegata alla cronologia della loro vita, gli alieni invece hanno accesso a momenti che spaziano tra passato, presente e futuro su cui modulare il loro linguaggio. Dunque non esiste solo un modo per trasmettere informazioni ad un altro essere vivente, ma queste possono cambiare a seconda dell’ambiente in cui si trova. Il segno base su cui questo si sviluppa non è più, infatti, la linea ma piuttosto il cerchio (come una canzone che continua in loop e poi si riavvia, un Reflection continuo appunto). E’ come se con l’apertura della frontiera digitale anche il mondo della produzione artistica si senta costretto dentro le classiche vie che fino ad oggi sono state percorse per la comunicazione e si stia affidando ad un’intelligenza artificiale più potente di quella chiusa nelle potenzialità della mente umana.arrival

L’esperienza musicale di Eno necessita quindi dell’ausilio di un algoritmo, il cinema si deve abbandonare alla fantascienza per sconfinare in qualcosa di nuovo. Basta guardare le uscite in sala di questa nuova stagione cinematografica che si è aperta sulla navicella di Passengers, che continuerà con il nuovo Blade Runner 2049 in cui torneranno i replicanti del 1982 e con Ghost in the Shell basato su un’organizzazione antiterrorismo cibernetico. E’ come se per rafforzare di significato il linguaggio base dell’uomo sia necessario metterlo a confronto con qualcosa che non gli appartiene e così ricominciare. Quello di cui si sente realmente la mancanza nella modalità standard di comunicazione è la multimedialità e l’infinità di scelta che ormai è a portata delle macchine, quindi dell’artificiale. Il prossimo passo per il cinema sarà quello di, come nell’album di Eno, modularsi a seconda delle necessità degli spettatori. Sembra un’operazione lontana anni luce dalla possibilità di essere realizzata, ma in realtà in piccolo alcuni esperimenti del genere sono già stati fatti anche sulle arti visive. Si pensi al videoclip di Ink, singolo del 2014 dei Coldplay (gruppo che negli ultimi anni si è avvalso della collaborazione di Eno, guarda caso) che attraverso il sito web poteva essere composto a piacimento dell’utente, al quale erano messe a disposizione decine di sequenze tra cui scegliere. La storia con cui si faceva accompagnare la canzone era dunque personalizzabile a seconda dell’esperienza individuale dell’ascoltatore in un preciso momento della giornata. Una provocazione lanciata alla passività dell’utenza nell’arte che ora può essere affidata alle macchine. Una sfida che Brian Eno sembra aver voluto rilanciare in questo inizio dell’anno e che il futuro deve solo raccogliere.