DA SODOMA A HOLLYWOOD 21 – Lottare per i diritti di tutti

La ventunesima edizione del Gay and Lesbian Film Festival è il preludio al Torino Pride 2006, un ulteriore passo verso l'auspicabile definitiva parità di diritti. Ricco e variegato come sempre, il festival torinese è ormai un evento internazionale che esce dalla schematica griglia di "festival di genere".

Si è aperta a Torino la ventunesima edizione di Da Sodoma a Hollywood, la più importante manifestazione festivaliera italiana dedicata al cinema gay/lesbico. Un festival ormai maturo, legato a filo doppio con altre manifestazioni simili che si svolgono in tutto il mondo, e che sempre più, anno dopo anno, pare affrancarsi dalla ristretta griglia del "cinema di genere" (inteso ovviamente come genere sessuale) per aprirsi invece alla cinematografia tout-court, alla ricerca di nuove forme di espressione slegate dall'idea di un cinema per determinate categorie. Ne è prova quest'anno l'affiliazione con il Museo del Cinema di Torino, istituzione prestigiosa in grado di assicurare al festival una solidità maggiore in termini economici, all'interno di un progetto (ancora in fase di definizione) che vorrebbe racchiudere tutti i festival torinesi sotto l'egida di un cartello comune. Questa edizione, inoltre, si fa portavoce del Torino Pride 2006, che a giugno colorerà la città con una festa dai colori sgargianti.

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Come ogni anno, il festival propone un ricco Concorso Lungometraggi, al quale si affiancano i concorsi per Cortometraggi, Documentari e Video. A contorno dei concorsi principali, una serie di proposte che compongono un nutrito caleidoscopio cinematografico, tra le quali le Panoramiche sui film di tutto il mondo, la rassegna "Europa Mon Amour: Transistanbul" sul cinema turco, gli omaggi ad Alain Guiraudie e Barbara Hammer, un ricordo di Luchino Visconti firmato Carlo Lizzani, la retrospettiva sul cinema funambolico e sopra le righe di Ken Russell, la rassegna notturna "Porno Visions".


Orfano di Platinette e Vladimir Luxuria, che passerà, dopo le recenti elezioni, sui banchi della Camera, il festival ha arricchito la serata inaugurale con le toccanti note di Dolcenera, reduce dal Festival di Sanremo. All'inaugurazione ha fatto seguito l'anteprima italiana di Rent (USA, 2005) di Chris Columbus, trasposizione cinematografica della rock-opera scritta da Jonathan Larson e vincitrice del premio Pulitzer nel 1996.

Tra i primi film apparsi al festival si segnalano il neozelandese 50 Ways of Saying Fabulous (2005, di Stewart Main). La pellicola, ambientata nell'estate del 1975, racconta la storia del dodicenne Billy, paffuto ragazzino alle prese con i problemi della sua età, problemi che si complicano quando nella sua scuola appare Roy, uno strano coetaneo definito da tutti un freak. 50 Ways of Saying Fabulous indaga nei difficili rivolgimenti tipici dell'età puberale, amplificati dalla difficoltà di comprendere e accettare la propria dimensione sessuale, che spinge affannosamente per emergere. Abile nel tratteggiare delicatamente alcuni momenti chiave del passaggio generazione dalla fanciullezza all'adolescenza, e senza disdegnare una leggera dose di ironia, il film si perde però un po' leziosamente in alcuni luoghi comuni, smarrendo a tratti la coerenza estetica che lo anima fin dalle prime inquadrature. Difetti peraltro perdonabili, se si pensa che siamo di fronte a una favola per bambini, raccontata con un tono dimesso ed equilibrato.

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Proiettato fuori concorso in anteprima italiana anche l'ultimo lavoro di François Ozon, Le temps qui reste (Francia, 2005). Il regista degli acclamati Gocce d'acqua su pietre roventi, Sotto la sabbia e Swimming Pool racconta gli ultimi giorni di vita di un fotografo trentenne (interpretato da Melvil Poupaud), al quale, dopo uno svenimento durante una sessione fotografica, viene diagnosticato un cancro. Il giovane trascorre il "tempo che resta" prima della morte seguendo il filo delle relazioni interpersonali con le persone che gli stanno intorno: il compagno, dal quale si separa salvo poi cercare di tornare sui suoi passi, i genitori (tra i quali la "rohmeriana" Marie Rivière), la nonna (Jeanne Moreau). Nel disperato tentativo di dare un senso agli ultimi brandelli di vita, Romani accetta di fecondare una donna (Valeria Bruni Tedeschi) il cui marito è affetto da sterilità, consentendo alla coppia di avere un figlio che (forse) avrà le sue fattezze. Restando in bilico tra riflessione sulla morte e acuta analisi sui rapporti umani, Ozon evita, soprattutto nella prima parte, di cadere nella retorica della commiserazione, mentre nella seconda (con Romain che si taglia i capelli come il personaggio di Tom Hanks in Philadelphia) rischia a tratti di scadere in un abusato manierismo. Un film complesso e sfaccettato, discontinuo, ricco di dialoghi e sfumature verbali (in questo molto "francese"), che restituisce però l'opportunità di riflettere in maniera non convenzionale sulla fragilità della vita e la caducità dei sentimenti. Il finale, magnificamente fotografato, è di una bellezza struggente.

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