Da una prospettiva eccedente. In dialogo con Antonio Capuano

Il libro a cura di Armando Andria, Alessia Bradoni e Fabrizio Croce è il febbrile racconto, con le parole del regista, del suo cinema istintivamente anarchico, eccessivo e vulcanico. Artdigiland

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Il cinema di Antonio Capuano opponendosi, per sua natura, ad un approccio puramente narrativo, per quanto piuttosto arricchito da una profonda osservazione di una sfuggente realtà, meritava un approfondimento e una riflessione, finora una lacuna del nostro pur esteso panorama editoriale di settore.
Il cinema del regista napoletano si è sempre mosso in quell’area di invisibile sofferenza che confina con la disperazione dei suoi personaggi, alla ricerca di una autenticità delle cose osservate attraverso lo sguardo destabilizzante di negate verità. Il suo cinema caotico e imprevedibile esaspera i temi dell’infanzia e della devianza, ma lo fa senza la retorica della denuncia, quanto piuttosto nel reale desiderio di mostrare verità inattese e realtà occultate. La sua cultura classica indulge alle forme tragiche dello spettacolo e Capuano, come pochi in Italia, sa riversare nelle immagini e nelle storie il senso profondo di una drammatica coesistenza di passioni, legami, disillusioni sul presente oltre ad una innata e inguaribile vitalità che supera ogni pessimismo in una contemplazione attiva del presente in quella drammaturgia naturale che è lo scenario partenopeo.
Se questi, a volo d’angelo, sono i temi del cinema di Antonio Capuano, balzato ad una notorietà inattesa dopo l’ultimo film di Paolo Sorrentino, diventano anche il tessuto connettivo del volume Da una prospettiva eccedente – In dialogo con Antonio Capuano curato da Armando Andria, Alessia Brandoni e Filippo Croce, per i tipi di art digiland. Presentato a Pesaro in occasione del recente festival, alla presenza dei tre curatori e dell’editrice, il lavoro di trascrizione fedele del lungo e intrecciato dialogo con l’autore consente una lettura densa di notazioni, anche di quelle incertezze autoriali risolte magnificamente sul set. Emerge la stoffa del regista, il richiamo ad un’estetica classica, e la sua capacità di dare risalto, in quell’eccesso che a volte il suo cinema sa essere, a quell’anti epica che trova origine nell’oscurità disturbante del quotidiano che Capuano non ha paura di filmare, né resistenza a raccontare. Tutto ciò emerge dal libro-intervista, nel dialogo serrato che nasce e nella disponibilità di Capuano di raccontarsi mettendosi a nudo anche qui senza timore e senza finzioni.
Come si diceva il volume colma un vuoto editoriale sul cinema e la filosofia e soprattutto questa, di Antonio Capuano. Si sentiva la necessità di una testimonianza che fosse diretta e che potesse costituire una interpretazione autentica dei suoi film, del suo pensiero e della sua voglia, ancora incessante, nonostante la sua età, di operare febbrilmente sul set.
Il libro è una lunga intervista che, si apprende dalle note degli stessi curatori, essersi svolta in cinque sessioni alcune ravvicinate e altre più distanti tra loro nel tempo e va dato merito ai tre critici che hanno messo a punto il materiale nel rispetto assoluto dell’autore – vedremo come – di avere compiuto un lavoro sempre discreto e consapevole sul cinema del regista napoletano. I loro interventi, mai eccessivi o superflui, sono serviti piuttosto da provocazione e spunto per una ripartenza della lunga e preziosa confessione/racconto/commento che lo stesso Capuano fa del suo cinema, del suo lavoro e della professione che non saprebbe mai abbandonare. È in questo dialogo serrato e anche divertente che si apprezza l’assoluta onestà intellettuale che conduce i curatori a riportare anche ciò che potrebbe apparire scomodo o scurrile, in una fedele trascrizione del pensiero del regista. La lettura, per chi conosce Capuano, comporta la rievocazione delle sue intonazioni, del fluire del suo pensiero e delle spiazzanti conclusioni dei suoi ragionamenti. Un lavoro che restituisce non solo la integrale verità del dialogo, ma che, soprattutto non tradisce lo spirito dell’autore e soprattutto valorizza la potenza rivoltosa del suo argomentare, la logica consequenzialità del suo pensiero. Ne emerge un ritratto che resta integro e che consente di comprendere le forme del suo lavoro, l’origine di quel cinema slabbrato e scomposto, intimamente diverso, refrattario alle mode e ricco di verità profonde che senza mediazioni sembrano dirompere con autentica necessità creando una straordinaria contiguità con la vita vera.

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È proprio questa contiguità il tratto dominante di questa lunga e appassionante intervista, di questo verso sciolto che è il cinema di Capuano e così come nei film anche in questo libro, si fa forte il suo pensare, la sua opinione bruciante sul mondo e sugli uomini. Ed è proprio la vita vera il suo interesse La vita contiene tutto: la metafisica, l’astratto… perché ancora ci troviamo in quel terreno mobile e di mezzo che si trova tra la vita reale e il cinema che Capuano sembra volere riempire ancora di altra vita con i suoi racconti. Quella stessa che prosegue anche oltre il set, oltre il film e che lo lega ai suoi scugnizzi diventati uomini, ma colti nelle loro debolezze. In questo dialogo ininterrotto e a volte incalzante tra vita e arte, tra memoria e cinema, i tre curatori sanno fare emergere anche le radici estetiche dalle quali nascono i suoi film. Il desiderio di completezza del suo cinema trova piena conferma quando l’autore si ispira alle strutture drammaturgiche classiche (Luna rossa) o al desiderio, opposto, ma convergente, di lavorare sui luoghi e sui personaggi come rappresentanti di un ambiente, di una condizione (Vito e gli altri, Pianese Nunzio, Bagnoli jungle).
È in questa prospettiva la ricchezza che si rintraccia in questa lunga intervista, nelle cui parole riecheggia davvero la voce, il ritmo e l’inflessione dell’autore, ed è in questa stessa prospettiva che il libro davvero fa emergere quella prospettiva eccedente di cui al titolo. Un titolo che come hanno confermato i tre curatori nella presentazione del volume a Pesaro, è stato scelto poiché meglio di altri sintetizzava il pensiero e il senso ultimo del cinema di Capuano.
Il libro si chiude su tre saggi che completano la ricerca e sembrano concludere, attraverso tre differenti prospettive, la navigazione dentro le sue storie, dentro le immagini di chi indubbiamente resta una delle rare voci pure del cinema italiano. Il febbrile racconto con le sue stesse parole, di questo suo cinema istintivamente anarchico e sinceramente diverso e sempre eccessivo e vulcanico, conferma l’assenza di ogni confine nella sua concezione artistica, ma conferma, soprattutto, quanto controcorrente vada il suo sguardo che sa mostrare ciò che nessun’altro osa affrontare, sempre con intensità e con invidiabile e dura sincerità.

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Da una prospettiva eccedente. In dialogo con Antonio Capuano
a cura di Armando Andria, Alessia Bradoni, Fabrizio Croce
Artdigiland, 2022
266 pagine, 22 euro

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