Dakota Johnson – la scheggia, il corpo e l’immaginario

Un profilo suDakota Johnson, appena arrivata su Prime Video con “L’amico del cuore”. Dalle retrovie di Hollywood ai lavori con Luca Guadagnino, dallo sfondo al centro dell’affresco

“Abbiamo una regola in famiglia. Fintanto che continui a studiare, ti manteniamo noi. Quando Dakota mi disse che non voleva andare al college, le misi in chiaro che noi non avremmo più provveduto a mantenerla ma lei mi disse di non preoccuparmi”.

Don Johnson ricorda così, durante un’intervista con Jimmy Kimmell, quello che forse è stato il primo punto di svolta della vita professionale della figlia Dakota, il cui ultimo film, L’amico del cuore, è disponibile su Prime Video da giovedì 18 marzo. La sfaccettata carriera di Dakota Johnson potrebbe partire da questo strappo, a metà tra l’evento traumatico e la simbolica “morte del padre”, che fa comprendere alla Johnson quanto la sua vita artistica debba svilupparsi lontana dalla famiglia. “Non ho mai avuto un’ancora nella mia vita, specialmente da quando i miei genitori hanno divorziato”, ammette la Johnson in un’intervista e forse il pregio maggiore del suo approccio attoriale è quello di non averla mai effettivamente cercata, un’ancora, neanche in ambito professionale. Non è un caso che l’unico film legato alla sua sfera famigliare lo giri da bambina, recitando insieme alla madre Melanie Griffith nell’esordio da regista del patrigno Antonio Banderas Crazy in Alabama, del 1999.

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Con il tempo Dakota Johnson comprende forse che nessuno le regalerà niente ma prende anche atto di come non sia costretta a sottostare alle aspettative di chi vorrebbe ritrovare in lei qualcosa del suo pur illustre retaggio famigliare. L’attrice inizia quindi a costruire la sua carriera a partire dalle retrovie di Hollywood, muovendosi tra un prodotto da Sundance come For Ellen, con Paul Dano e The Social Network di David Fincher. Soprattutto, la Johnson inizia a rubare con intelligenza dal lavoro sul set per costruirsi un background tecnico. Con Fincher, dice, impara a “costruire un ruolo all’esatto punto d’incontro tra le esigenze di regia e sceneggiatura” mentre lavorando alla rom-com The Five Year Engagement insieme a Jason Segel affronta il registro comico. L’inizio della carriera della Johnson è sottotraccia, non ha un “tipo fisso” a cui tornare ma trae forza da quest’approccio, sfumato, incerto, in divenire, usandolo come guida per orientarsi nella dimensione cinematografica, senza mai perdere di vista il gioco con le attese del pubblico. Ricorda molto da vicino, per questo, la Imogen che interpreta nell’adattamento Shakesperiano di Cymbeline diretto da Ayoarde, una donna che dissimula la sua natura e si traveste da uomo per fuggire ad un imminente pericolo.

Le motivazioni che l’hanno portata alla saga di Cinquanta sfumature sono emblematiche in questo senso: “So che sarà una sfida ma sono tranquilla. Mi affascina il modo in cui sul set vengono gestite le scene più spinte, come tutto venga ridotto a momenti minimali studiati nei minimi dettagli” – dichiara la Johnson e prosegue aggiungendo che “anche mia madre e mia nonna, hanno interpretato personaggi femminili difficili, che si sono rivelati d’ispirazione per le donne”. La Johnson approccia dunque la parte per i suoi risvolti concettuali, ribaltando la narrativa dell’attrice emergente alla ricerca del ruolo scandaloso che le possa garantire popolarità. Una consapevolezza, questa, che la porta a incrociare più volte la strada con il cinema autoriale. Prima Black Mass di Scott Cooper poi Vale di Amenabar ma soprattutto A Bigger Splash, un film che le permette di elevare il suo approccio mutante al cinema a sistema drammaturgico: la sua Penelope è infatti, dice, “un’entità in pieno divenire, sfuggente, impegnata a capire cosa voglia dire essere donna e pronta a usare la sessualità per manipolare le persone”. Altrettanto interessante è però ciò che accade nel 2016. La Johnson infatti, nel pieno dei lavori sui sequel di Cinquanta sfumature partecipa alla comedy Single ma non troppo, attraverso cui, nel ruolo della timida ed impacciata Alice, esplora e ribalta la sensualità della sua Anastasia.

Dakota Johnson

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L’apice del suo percorso di ricerca attoriale avviene però con Suspiria, ancora con Luca Guadagnino, ponendosi al centro del racconto di una trasformazione profonda che coinvolge la protagonista. Un altro lavoro sul corpo, dunque, ma anche l’occasione, per la Johnson, di continuare a costruire la sua attorialità su una dimensione liminale, che coinvolge anche il rapporto con lo spettatore: “Mi sono impegnata a lasciare aperta ogni possibilità nei confronti del mio ruoloha detto  – cosicché tutti possano farsi la loro idea sul mio personaggio.”.

L’amico del cuore rappresenta, in questo senso, la perfetta sintesi del percorso della Johnson finora, ben piantato nelle sue origini indie ma anche teatro della sua metamorfosi più ambiziosa, che l’ha portata a degradare il suo corpo, afflitto dalla malattia del suo personaggio e a riscrivere ancora l’orizzonte d’attesa dello spettatore.

Nel futuro dell’attrice ci sono The Lost Daughter, l’esordio da regista di Maggie Gyllenhall tratto dal romanzo di Elena Ferrante, e Am I Ok?, primo film da regista di Tig Notaro, ulteriori tappe di un percorso di ricerca tra corpo e spettatorialità che non accenna a fermarsi.

Dakota Johnson rappresenta un perfetto esempio di attrice self made inserita nella contemporaneità. Pronta a rimettersi in gioco, a ripensare liquidamente i tratti della sua tecnica attoriale al di là dei ruoli, un’artista che si percepisce come scheggia di un immaginario che può costruirsi o distruggersi continuamente, un’immagine senziente e densa di significato essa stessa, che entra in contatto con lo spettatore tramite un gioco continuo con le sue attese e con la percezione che chi guarda ha di lei, prima che attraverso le azioni dello script.

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