Dal futuro. Un ricordo di Gillo Dorfles

di Francesco Clerici, autore di Gillo Dorfles. In un bicchier d’acqua

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Quando Sentieri Selvaggi mi ha invitato a scrivere un omaggio a Gillo ho pensato che l’ho conosciuto troppo poco per poterne scriverne in profondità. Poi ho sentito una specie di disagio che fa capo a una sensazione strana, che a guardare indietro, ora che lui non c’è più, diventa ancora più surreale. Un disagio che sono certo lui descriverebbe come quello del salire “in un ascensore senza specchio”.

Il fatto è che nei miei brevi incontri a casa sua per girare il mini-documentario prodotto su invito di Aldo Colonetti dal Milano Design Film Festival e dalla MIR Cinematografica, Gillo era sempre proiettato verso il futuro, mentre io verso il passato. Sin dall’inizio, quando mi è stato proposto di “ritrarlo”, questa dinamica era già evidente: Gillo ha richiesto un regista che non avesse raggiunto ancora i 35 anni. Io nei miei ultimi film (se si esclude Il gesto delle mani) ho girato quasi esclusivamente su over 85.

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Al primo incontro avevo poche idee e ben confuse: l’unica intuizione di fondo era che volevo che lui parlasse dei propri oggetti, di quelli che gli sarebbero venuti in mente, in ordine più o meno sparso, mescolando “cose” di valore e quotidiane. Sapevo che in loro BH8A3923avrebbe visto una sorta di alter ego ma non sapevo bene da che parte iniziare perché solitamente i miei film mostrano persone che “fanno” cose e non che parlano di oggetti fermi, soprammobili o libri.

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Ma gli oggetti, una volta accompagnati dai suoi ricordi e le sue riflessioni, si “animavano”. E anche il parlare è un sapere artigiano, in fondo: l’artigianalità della filosofia. E Gillo in quel sapere era maestro indiscusso. Un bicchier d’acqua è diventato uno strumento da scegliere ma poi non così fondamentale (cui spesso preferire un buon bicchiere di Canonau), e uno specchio si trasformava in “una cassaforte dei propri movimenti”. Mentre io brancolavo nelle indecisioni e mi guardavo in giro, cercando un passato da raccontare, Gillo mi ha chiesto a che festival sarebbe andato il film, in che sede, quanti l’avrebbero visto. Era il futuro a interessarlo.
Io cercavo quadri finiti, libri, vecchie moke e pantofole usurate, ritratti di lui a diciott’anni (ovvero realizzati negli Anni Venti), e intanto lui mi diceva che ciò che lo interessava di più in realtà era “un foglio bianco: la speranza di un disegno futuro”.
Mentre io mi sono perso nel limbo dell’infinita malinconia degli oggetti e delle loro storie, Gillo sì, ricordava la vecchia tazza d’oro della sua infanzia, sua madre Emilia Treves, gli artisti suoi amici, l’accento buffo con cui parlava Le Corbusier, ma soprattutto guardava (e guarda) sempre avanti. Al futuro.