Daniele De Rossi. Le cose che facciamo per amore

Anticipiamo già le obiezioni: sì, i calciatori sono strapagati, sì, hanno contratti milionari. È tutto business, non c’è più cuore. Ma abbiamo scelto di chiamare questo pezzo Le cose che facciamo per amore, titolo preso in prestito da un bel racconto di Mona Simpson, che a sua volta rendeva omaggio a quell’intenso spaccato generazionale che era stato Bei tempi addio di Joan Didion, nel libro-cult Verso Betlemme.

Oggi questi due titoli sembrano perfetti per raccontare lo stato d’animo dell’addio di una delle bandiere più criticate, contestate e poi, malgrado tutto, amate della Roma e di un certo calcio, dell’ultima nazionale capace di raccontare un sogno collettivo.

Leggendo i titoli stamattina, il pensiero è corso al 2012, all’agonia di quell’estate in cui per tutta Roma si propagava il ritornello “De Rossi rinnova?”, tanto che anche i primi The Pills lo infilarono in un loro sketch. E poi sì, il rinnovo c’era stato, l’ordine era stato ripristinato, perché tanto prima o poi Capitan Futuro l’avrebbe avuta quella leadership a lungo promessa. E invece, scorreva parallela l’altra storia: Totti che non molla, tenace, Vito Scala che lo rimette in forze ogni nuova stagione come un Rocky Balboa che, per quanto stanco e sfinito, ha sempre diritto a un altro film.

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De Rossi è rimasto Capitan Futuro e quel futuro non è mai veramente arrivato. Quando l’ha fatto, eravamo tutti talmente saturi dell’epopea tottiana, talmente straziati da quell’addio abbacinante, con il giro dell’Olimpico, la poesia, i figli in braccio, da non avere più nulla da dare in termini emozionali.

E allora De Rossi è diventato una bandiera a mezz’asta per un calcio che di bandiere non ne vuole chiaramente più. Un Tenente Drogo troppo smaliziato per credere di poter uscire vivo dalla sua Fortezza Bastiani.

“In dieci mesi nessuna chiamata. Avevo capito tutto”. A differenza di Joan Didion, che ci dice “È più facile vedere l’inizio delle cose, più difficile vederne la fine”, Daniele aveva visto arrivare l’epilogo. E sì, sappiamo che per chi guarda il calcio col distacco della ragione stiamo parlando di un giovane milionario. Ma lo sapete tutti come diceva Pascal che il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, no? E quindi in questa frase c’è tutta la malinconia di uno che è stato per gran parte del tempo un cavaliere oscuro, non allineato al “progetto”, ma neanche alle correnti, alle voci calunniosette che nella Capitale hanno sempre trovato terreno fertile.

Complice una mitologia da eroe negativo fatta di presunte cicatrici da arma da taglio sotto la barba, sedicenti legami con la malavita e vicinanze destrorse, De Rossi non è mai stato nell’immaginario il pater familias à la Totti, malgrado la tenerezza di quel tatuaggio dei Teletubbies, il cartoon amato dalla piccola Gaia, quando era un papà single che si arrangiava tra il calcio e una figlia da proteggere da un matrimonio finito malissimo e sotto i riflettori.

No, per quanto anche il Pupone abbia avuto le sue contestazioni, il legame di Daniele De Rossi con la Roma e con Roma non è mai stato quello totalizzante vissuto per un Totti. Roma non gli voleva così bene, ma lo riteneva comunque suo. O forse gli voleva un bene diverso, quello che, in una famiglia, genitori e fratelli provano per il più irrequieto, testardo, cocciuto. Quello che sai essere tanto intelligente quanto inadeguato alla vita.

Io gli ho sempre voluto bene per questo. Anche per quei gomiti troppo alti, che ci hanno fatto guadagnare cartellini rossi e perdere punti, per l’immaturità sul campo e il profilo basso, umile al di fuori del manto erboso.  Sapevo che per lui non ci sarebbero stati giri di campo e onori. Non era il tipo, non lo è mai stato. Mentre Totti e il suo entourage strutturato ragionavano già in termini di management, di piani per il futuro, De Rossi ha sempre voluto ostinatamente rimanere un calciatore, uno dello spogliatoio, uno come gli altri. Senza ufficio privato.

Chissà quanto ci avrà pensato in questi anni, indeciso se lasciare o meno. Quando le offerte erano alte e avrebbe potuto vincere altrove, di più, con meno veleni da gestire quotidianamente, meno radio a chiacchierare e puntare dita.
Lo si è detto anche di Totti e si è concluso che a lui, però, la città aveva dato lo status a cui anelava, quello di ottavo Re di Roma. De Rossi quel titolo non lo ha mai preteso, non lo hai mai voluto. E allora perché rimanere? Ma del resto perché facciamo quello che facciamo? Nessuno lo sa, specialmente con le cose che facciamo per amore.

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