Daniele Massaccesi racconta Joe D’Amato

Alexandre Borsky, Robert Yip, Michael Wotruba, Arizona Massachuset, Peter Newton, Joan Russell, Dario Donati, Joe D’Amato, fanno tutti riferimento a unico nome, quello di Aristide Massaccesi, l’artigiano più prolifico del cinema bis italiano. Regista, direttore della fotografia (suo ruolo prediletto), produttore (assieme a Donatella Donati fondò la Filmirage, con la quale tenne a battesimo i debutti di Michele Soavi e Claudio Lattanzi dietro la mdp – il primo con Deliria, il secondo con Killing Birds) Massaccesi, scomparso il 23 gennaio 1999 a 62 anni, non ha mai cercato di trovare chiavi interpretative nei suoi lavori. Svolgeva il mestiere per la pagnotta (la consacrazione autoriale non gli interessava), come i film pornografici che realizzò in due tranche (da fine anni Settanta ai tardi Novanta) intervallati da incursioni nel post-atomico, nel softcore, nel gore, ma si cimentò anche col western, con la commedia scollacciata e col decamerotico. Quando morì, le pagine dei giornali lacrimarono con «è morto il re del porno», erroneamente. Certo, innegabili i titoli che hanno fatto la storia dell’hard, quelli con Mark Shanon (ovvero Manlio Cersosimo), Laura Levi, Annj Goren prima e con Selen, Eva Henger, Rocco Siffredi poi. Massaccesi però ne soffriva, perché non era solo il gotha delle luci rosse, bensì il trait d’union che accorpava i generi – tutti – della cinematografia italiana: un vero e proprio “sovrano degli artigiani” carico di poliedricità. E in occasione di questi vent’anni dalla sua dipartita, abbiamo incontrato il figlio Daniele

Partiamo dalle origini della tua famiglia: chi era tuo nonno, Renato Massaccesi?
Faceva parte del mondo della milizia, ma a causa di un incidente avvenuto in nave venne considerato invalido di guerra. Tornato a Roma iniziò a lavorare presso l’Istituto Luce quindi nel mondo del cinema, sia come elettricista che come acquirente di materiale tecnico. Sistemò diversi gruppi elettrogeni lasciati a Cinecittà dai soldati americani. Partecipò anche come figurante… Mi viene in mente Che gioia vivere di René Clement, dove compare in una scena accanto ad Alain Delon. Avendo iniziato a lavorare in questo ambiente portò con sé anche i suoi figli: Carlo, Fernando detto Nando e Aristide, mio padre. Siccome mio nonno affittava anche macchine da presa, affidò a mio padre, che era il figlio più intraprendente, le consegne da eseguire. E al contempo iniziò a lavorare come assistente operatore prima e direttore della fotografia poi.

Il salto alla regia come è avvenuto?
Be’, ripeto, mio padre era molto intraprendente. Il mestiere di direttore della fotografia, oltre a essere molto tecnico, è anche il ruolo più “attaccato” al regista. Per cui è stato quasi automatico questo passaggio, data la sua esperienza maturata.

Cosa puoi dirmi del rapporto professionale tra Donatella Donati e Aristide?
Il padre di Donatella era il produttore Ermanno Donati e i primi film di mio padre li produsse proprio lui, nei quali Donatella ricopriva il ruolo di segretaria di produzione o assistente alla regia: si conobbero così. Successivamente il rapporto si rafforzò.

Diventando una coppia professionale molto bilanciata, essenziale…
Sì, mio padre si occupava della realizzazione concreta dei film e delle produzioni. Donatella, invece, era più legata alle pratiche amministrative e organizzative. Non potevano esistere l’uno senza l’altra: mio padre dal punto di vista gestionale era un disastro; Donatella uguale su quello artistico. Per cui erano entrambi coscienti dei loro limiti. Un rapporto di compensazione perfetto.

Parliamo della questione poliedrica dei generi cinematografici di Aristide.
Innanzitutto mio padre si è sempre definito un “artigiano” e mai “artista”, per cui realizzava tutti i film che gli venivano commissionati o richiesti. Quindi, in base alle sceneggiature e alla moda del momento, girava quello che c’era a disposizione. Causando anche idiosincrasie di settore tra lui e, magari, registi che si consideravano “artisti”
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La riscoperta del cinema di genere, e quindi anche quello di tuo padre, la possiamo ricondurre a una forma nostalgica di quei tempi?
Erano prodotti che, anche con poche risorse economiche, mantenevano fede alla componente drammaturgica e al discorso filmico. Si riusciva, bene o male, a esprimere sempre una chiave di lettura verso la storia raccontata. Oggi, quando riguardo un film di quel periodo, resto affascinato da queste caratteristiche.

Lui stesso dichiarò che i film pornografici che realizzava, seppur per questioni “alimentari”, mantenevano uno svolgimento logico di trama e di senso compiuto.
Nonostante li abbia diretti per quelle esigenze, gli risultava comunque difficile “staccarsi” dalle regie narrative precedenti. Ed è anche per questo che le sue produzioni a luci rosse hanno un certo scheletro narrativo. Applicava le regole di una normale pellicola a quelle di stampo pornografico: c’era, comunque, un minimo di trama per scandire il passaggio da un atto sessuale all’altro e una minima dose di sceneggiatura. Magari parodiando pure film famosi.

Infatti Aristide ha sempre avuto questo propensione al rifacimento, penso alla quadrilogia dell’eros decadente stile La chiave o ai fantasy-avventurosi come Ator l’invincibile.
Ator gli fu commissionato da un produttore americano che, dopo l’uscita di Conan il barbaro, stava cercando il “nuovo” Arnold Schwarzenegger e lo trovò in Miles O’Keeffe reduce dal Tarzan con Bo Derek. Mio padre, sicuramente, cavalcava l’onda del genere. Quando Tinto Brass diresse La chiave fu rispolverato un certo tipo di cinema erotico e sfruttò questa piega realizzando tutta quella serie dedicata all’erotismo d’annunziano con Jenny Tamburi, Lilli Carati e Laura Gemser: Voglia di guardare, Lussuria, Il piacere e L’alcova. Oppure quando uscì 9 settimane e mezzo di Adrian Lyne girò Eleven Days, Eleven Nights… Purtroppo riteneva di non essere originale, però era un bravo imitatore: si dice che gli artisti siano i più bravi a copiare, per cui riusciva a carpire il meglio dagli altri e lo riproduceva.

Una peculiarità che non sempre risulta difetto.
Il cinema è un’arte particolare, realizzare un film ha un costo non indifferente e la parte economica viene, spesso e volentieri, non considerata da chi fruisce l’opera mostrata. Mio padre era abile nel far coincidere l’aspetto monetario con quello artistico all’interno delle sue produzioni, anche se, come ho già detto, lui denigrava il fatto di non essere originale.

Però qualcosa di originale l’ha realizzata…
Certo, in ogni caso erano film diretti con pochi mezzi, ma avevano una sceneggiatura alla base con un significato: il fatto che nel finale di Antropophagus il mostro mangi le proprie budella non è solo puro splatter fine a se stesso, cosa che invece veniva etichettata a priori dalla critica appena leggeva il suo nome in locandina o nei titoli di testa. Per questo tendeva sempre a firmarsi con pseudonimi, per aggirare una forma di pregiudizio verso il suo modo di fare cinema.

Il genere erotico era la sua vera passione.
Era molto abile a creare situazioni “carnali” dal punto di vista registico e fotografico. Un film di stampo erotico necessita di certe atmosfere e lui era capace di ricrearle divertendosi, perché stimolato nella ricerca e nella realizzazione di quel tipo di racconto.

Quando tuo padre è scomparso, i quotidiani titolarono: “È morto il re del porno”. Ha sofferto per questo appellativo?
Non era contento di essere etichettato come “re” della pornografia perché Aristide Massaccesi non era solo quello… Sicuramente era il settore più eclatante e quindi a molti faceva comodo ricordarlo in quella maniera per via di certe élite cinematografiche che non volevano i loro nomi accostati al suo. E comunque credo che abbia girato più film “normali” che porno…

Quando hai iniziato a lavorare con tuo padre?
Iniziai con Deliria di Michele Soavi, prodotto da mio padre, facendo l’aiuto operatore. Ma frequentavo i set già da piccolo, ovviamente la mia presenza c’era solo quando si giravano scene “normali”. Lui mi diceva: «Non fare lo stesso errore che ho fatto io, rimani a fare l’operatore della fotografia». Da regista però ho già diretto un cortometraggio, per cui mai dire mai…

Hai collaborato, tra i tanti, con Ridley Scott, Anthony Minghella, Steven Spielberg, Ron Howard, Woody Allen, le sorelle Wachowski: dal cinema di genere italiano a quello hollywoodiano per antonomasia.
Da quel punto di vista ho seguito le orme di mio padre perché ho preso parte a qualunque genere di film, tra cui anche due cinepanettoni. Sono, come si definiva pure lui, un “artigiano eclettico”. Quello che mi viene chiesto di fare lo faccio, sempre nel miglior modo possibile. Infatti, mi hanno proposto di scrivere un libro: «Da Steven Spielberg a Neri Parenti in quattro facili mosse» (ride, nda).