EURO 2020 – Danimarca-Finlandia. La visibilità del corpo fragile

Il corpo dell’atleta è caduto, la sua fragilità è esposta, nuda. È questa fragilità che deve essere nascosta agli sguardi.

Una partita di calcio è un evento, ma del tutto peculiare. Le regole del gioco che lo fondano, le condizioni di visibilità sia dentro che fuori dal campo sono stabilite a priori – un unico punto di vista per chi si trova ad assistere dal vivo alla partita, i molteplici ma prestabiliti punti di vista per chi la vede sullo schermo televisivo. Tutto avviene perché in questa particolare declinazione dello spettacolo seriale ogni variazione, ogni scarto rispetto alle previsioni sia in ogni caso controllabile, faccia parte del range delle possibilità ammesse: la squadra meno forte che riesce a vincere, la performance insufficiente della star che tutti aspettano, il rigore parato che trasforma l’inerzia della partita, l’errore arbitrale che condiziona l’atmosfera del match.

Tutto avviene sotto l’egida della visibilità garantita di ogni angolo del campo e soprattutto, di ogni dettaglio dei corpi degli atleti coinvolti. Il corpo è infatti al centro delle regole della rappresentazione; il corpo del singolo calciatore (la giocata, il gesto tecnico, l’espressione del volto) e il corpo collettivo della squadra (le riprese in campo lungo che mostrano il movimento collettivo, il dispiegarsi dei singoli calciatori in uno schema modulare che tutti noi abbiamo imparato a conoscere). Nella visione delle partite di questo anno pandemico, caratterizzate dall’assenza del pubblico allo stadio, la variazione dello spettacolo è minima, per quanto significativa. Ciò che manca è il controcampo che costituiva parte integrante dello spettacolo, il pubblico sugli spalti, le loro reazioni, le urla di biasimo o di giubilo, l’esultare dopo un gol, il disperarsi per la sconfitta, l’angoscia prima di un calcio di rigore o nell’attesa della decisione del Var. Ma la macchina spettacolare è riuscita in ogni caso a garantire la sua sopravvivenza, costruendo comunque le sue narrazioni, portando avanti i vari episodi della serie.

Sono allora proprio gli scarti, sono le eccedenze da questo spettacolo che tenta in ogni modo di controllare l’evento a colpire, proprio perché, per negazione, essi mostrano il cedimento della dinamica di controllo dell’evento. È quello che è avvenuto durante Danimarca-Finlandia, partita valevole per la fase a gironi dell’Europeo 2020 (che, come si sa, si gioca nel 2021). La partita, che si gioca a Copenhagen, sembrerebbe non avere storia: troppa la superiorità dei padroni di casa che dal 1949 non perdono una partita contro la Finlandia.

Non è importante la cronaca della partita, giunti quasi alla fine del primo tempo il risultato rimane fisso sullo 0-0. Al 43’ qualcosa accade: Christian Eriksen, centrocampista dell’Inter e della nazionale danese si accascia al suolo all’improvviso. È il gesto che l’evento non prevede, non può prevedere. Lo sgomento si diffonde rapidissimo in campo, le telecamere inquadrano la scena. Kjaer, difensore della Danimarca è il primo a precipitarsi sul corpo del compagno e a provare un massaggio cardiaco. Tutto si ferma, all’improvviso: la macchina dello spettacolo trova un ostacolo, si inceppa; il flusso delle immagini gira a vuoto. Mentre il personale medico presta i primi soccorsi succede qualcosa che colpisce immediatamente: tutti i compagni di squadra di Eriksen si pongono intorno al corpo del giocatore che rimane a terra, formando un cerchio che di fatto impedisce alle telecamere di soffermarsi su quel corpo che ora si trova in una condizione inedita, quasi mai vista dal dispositivo spettacolare della televisione.  Alcuni giocatori hanno il viso rivolto verso l’interno del cerchio, altri verso l’esterno. Ne vediamo le espressioni, i gesti, la postura. Alcuni hanno portato le mani al volto, quasi a nascondere l’angoscia, la disperazione.

La partita è interrotta e riprenderà solo più tardi, quando allo stadio, rimasto vuoto (ma non sugli spalti, dove gli spettatori continuano a rimanere seduti) non c’è più nessun giocatore e il display annuncia che le condizioni di Eriksen sono migliorate, che il giocatore è fuori pericolo e che la partita riprenderà. Il resto è pura cronaca. La Finlandia vince 1-0, rovesciando dunque il pronostico. Ma questo rovesciamento, come abbiamo detto, è di fatto previsto e prevedibile: esso fa parte di quegli scarti che rendono lo spettacolo seriale un piacere sempre aperto alla variazione, mai, o quasi mai identico a se stesso.

Ma sono quelle due immagini – il cordone dei giocatori che coprono il corpo di Eriksen e lo stadio in cui rimangono solo gli spettatori – a destare la nostra attenzione. Sono i due momenti che rivelano e svelano il dispositivo di creazione dello spettacolo-partita. Il primo perché si ribella alla visibilità assoluta del corpo divistico del giocatore, il secondo perché mostra la cesura, l’interruzione del flusso che, da sempre, sono la negazione del tempo controllato e controllabile dello spettacolo.

Il primo è un gesto etico, che appunto si ribella al desiderio voyeuristico che istintivamente attraversa ogni atto di visione. Il corpo dell’atleta è caduto, la sua fragilità è esposta, nuda. È questa fragilità che deve essere nascosta agli sguardi, sia perché essa rivelerebbe la sostanza umana del calciatore in un modo insostenibile, sia perché la sua visibilità sarebbe oscena, letteralmente al di la di ogni scena, di ogni rappresentazione possibile.

Il secondo momento è l’immagine di un dispositivo che aspetta, i cui corpi previsti – in questo caso quelli degli spettatori – sono ancora lì, nell’attesa che appunto il nastro possa essere riparato, e lo spettacolo portato avanti fino alla fine. È ciò che accadrà: la logica dello spettacolo riannoda i suoi fili solo momentaneamente spezzati. Ma è in questo breve intervallo che esso si rivela, così come si rivela la nostra posizione all’interno di esso, come spettatori dentro e fuori dallo stadio

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