Dao, di Alain Gomis
Una docufiction familiare che usa uno stile metaforico per raccontare la diaspora di un popolo ed il processo continuo di negoziazione della memoria e delle relazioni. Berlinale76. Concorso
Matrimoni e funerali sono riti di passaggio. Pratiche codificate, l’inizio e la fine di un percorso. Coinvolgono la comunità e usano gesti e momenti formali. DAO è un movimento perpetuo e circolare che scorre in ogni cosa e unisce il mondo. Alain Gomis definisce dal principio il significato del titolo del suo progetto, ed intercetta questa agitazione collettiva della liturgia da un matrimonio celebrato in Francia, per arrivare in Guinea Bissau alla commemorazione etnica del patriarca della sua famiglia. Realizza una docu-fiction con l’ausilio di attori professionisti e dilettanti, adoperando una sceneggiatura che mischia realtà e finzione. Un’allegoria antropologica che scava nelle radici ed indaga l’eredità degli antenati, un caleidoscopio di situazioni in rapido mutamento. Poli che si annullano e forze che si richiamano dentro una fantasmagoria, per rendere concrete le tensioni invisibili, lascito di una storia di colonialismo ed integrazione. Un obiettivo ambizioso, che pecca di vanagloria (anche per la sua durata monstre), smarrito in molteplici flussi narrativi al fine di convergere in un centro comune di senso, dispersi nel gioco pleonastico di una ridondanza consapevole con lo scopo di amplificare la percezione, e però spesso finiscono per caricare la metafora allo sfinimento.
Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo

----------------------------
L’uso del cross cutting non è sufficiente a dinamizzare il ritmo, funziona già meglio come ponte di collegamento degli eventi, mentre opera un sabotaggio del tempo in favore di una sincronia dissimulata. Due mondi artefatti, due tempi sofisticati. Il cinema di Gomis riflette sin dal principio sul tema della diaspora, non semplice rimozione, ma continua negoziazione di memoria e relazioni di un’identità frammentata e ricomposta. Un meccanismo che non si limita semplicemente ad alternare segmenti del presente, che cerca il modo di azionare il fiume sotterraneo di ricordi, il racconto tramandato di generazione in generazione da uomini e donne, le loro abitudini, i loro costumi, per poi metterli a confronto. Dentro il relativo ambiente di riferimento le differenze e le similitudini diventano evidenti, pilotate da una drammaturgia dove la scrittura artificiale viene nascosta e sepolta sotto il senso del vero, trasfigurato nell’ubriachezza rissosa della festa nuziale, scambiato per un dispettoso spirito malvagio nel cammino tortuoso verso l’aldilà. Quello che funziona lo fa in maniera disorganica, un lampo improvviso in uno sviluppo esagerato, senza una linea di coerenza, e destinato a crescere fino a racchiudere in un solo mondo interi universi. Dentro i quali diventa difficile districarsi e quasi impossibile stabilire un contatto con le vicende personali. Lo spazio intimo, la confessione, vengono sommersi sopra l’altare dei sacrifici, dalle ossessive musiche tribali, dall’entusiasmo di un giorno di festa che sembra non debba finire mai. Il racconto interiore soccombe, mentre il suono ipnotico dei tamburi percossi sale nel cielo e le braccia sono elettrizzate dalla danza allucinogena. Sono anche gli estratti migliori, nel punto in cui l’inganno non serve, e le bugie e le verità coincidono.



















