Dave Bautista vs il wrestling di Glow. Cos’è rimasto degli anni ’80?

“Anni rampanti dei miti sorridenti da windsurf sono già diventati graffiti”. Così cantava nel 1989 Raf nell’iconica hit Cosa resterà di questi anni ’80. Evidentemente anche la musica pop si era accorta che i luccichii e la spensieratezza universale di quegli anni stava scomparendo, così da cominciare a chiedersi che cosa ne sarebbe rimasto di quell’epoca destinata ad essere inglobata nel nichilismo della generazione X. Fino a qualche tempo fa la risposta sarebbe stata molto poco, era un decennio di cui raramente si parlava anche se aveva regalato perle immortali alla musica, alla letteratura, al cinema, se solo uno fosse stato disposto a scavare tra gli archivi. Ma quello che non si riusciva a perdonare a quei tempi era l’idolatria dell’Intrattenimento. Una vocazione alla mancanza di un senso altro che destabilizzava i fautori dell’arte come introspezione. Si persero così le tracce degli anni ’80 fino alla loro irreversibile rivalutazione messa in atto dal popolo di internet. Non importa il perché l’effetto nostalgia abbia preso il sopravvento su tutti i nuovi prodotti della rete, ma sta di fatto che basta aprire il catalogo di un servizio ultramoderno come quello di Netflix per capire la portata delle conseguenze che questo ha comportato. Solo un anno fa, per esempio, si stava tutti ad incensare il mash-up di atmosfere vintage che è Stranger Things, poi si è passati ad ascoltare la playlist dell’episodio San Junipero di Black Mirror (serie che prima di arrivare a Ngif critica 2etflix era così disturbante che sembrava impossibile ritrovarsi un giorno a trovarla tra la cronologia di Spotify), ora c’è Glow che già dopo dieci minuti rivendica il fascino delle tutine, della permanente e dei motivi alla Flashdance. Questo è quello che in meno di dodici mesi è successo solo su Netflix, ma l’elenco potrebbe aumentare se si guardasse anche a tutte le altre produzioni cinematografiche. E’ come se ad un certo punto gli anni ’80 fossero di nuovo diventati cool, una bandiera di chi quegli anni probabilmente non li ha nemmeno vissuti però sente il dovere di sottolinearne la capitale importanza che risiede tutta nella capacità di saper divertire. Un’attitudine che evidentemente oggi si percepisce come perduta. Ecco allora che i protagonisti dei cinepanettoni in Italia, dopo anni passati ad essere l’emblema della cultura trash, diventano i modelli di una spensieratezza perduta, colpevoli di una nostalgia da film anni ’80 e miti ispiratori di band indipendenti. E poi ci sono i wrestler che, da sportivi prestati all’intrattenimento su un ring, sono passati ad essere gli attori di punta di tante nuove pellicole. Proprio tramite le parabole di quest’ultimi si può analizzare questo fenomeno e capire, forse, che in questa nuova vita degli anni ’80 originali è rimasto effettivamente poco.

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Il salto dallo show del wrestling al grande schermo è sempre stato piccolo per ovvi motivi di contingenza. Non stupiva quindi ritrovarsi un Hulk Hogan, volto storico della WWF, diventato nel corso degli anni ’80 l’ispiratore di una vera e propria mania, all’interno del cast di Rocky III nel ruolo di Labbra Tonanti. D’altronde il villain dello stesso film, Mr. T, qualche anno dopo sarebbe poi entrato nella confederazione proprio sotto l’ala protettiva di Hogan. Questo interscambio era molto facile perché i due mondi condividevano la sana tendenza al divertimento del pubblico. Al contrario di quanto si potrebbe pensare (e si è pensato per molto tempo) questa non era una propensione negativa, anzi costringeva a molta preparazione e dedizione. Come infatti si è visto analizzando la figura dell’ormai in pensione Undertaker, costruire un livello di intrattenimento funzionante significava saper contestualizzare i personaggi all’interno di un determinato momento storico e caricarli talmente tanto di significato da farli diventare degli stereotipi. Tutti i protagonisti di quell’epoca, sia sul piccolo che sul grande schermo, erano volutamente caricaturali, mancavano di ambiguità perché avevano un bacino preciso ed unico da dove attingere. Hulk Hogan era l’eroe d’America sul ring tanto quanto lo fu Rocky mentre combatteva con il sovietico Ivan Drago. Così funzionava negli anni ’80 in cui ognuno era il rappresentate scelto di qualcosa, poi le cose cominciarono a cambiare.

Già con l’approdo al cinema di The Rock (Dwayne Johnson) si era notato come lo sportivo/attore avesse perso in questo passaggio i suoi segni distintivi. Questa mancata riconoscibilità del personaggio non era tanto dovuta ai ruoli cinematografici che gli venivano attribuiti, tanto alla mutazione stessa del concetto di wrestling e di intrattenimento. Negli anni ’90 con l’inizio dell’Attitude Era e la guerra di ascolti tra WWE e WCW, i wrestler smisero di indossare delle maschere iconografiche e venne dato loro più spazio per l’improvvisazione. Il risultato fu l’aver infranto molti tabù televisivi, l’assunzione di un linguaggio scurrile e sessualmente spinto, ma soprattutto l’esaltazione della personalità propria del combattente. Quindi nessuno si stupì quando The Rock accettò il ruolo del Re Scorpione in La Mummia – Il Ritorno, perché nella mente degli spettatori era ben chiaro il legame scisso tra uomo e personaggio. Questo periodo del wrestling terminò all’inizio del 2000 ma le conseguenze si sentirono anche successivamente, quando fu chiaro a tutti che non ci sarebbero più stati gli stessi personaggi di 20 anni prima. Nell’era che venne dopo, la cosiddetta Ruthless, infatti, oltre alla conclamata presenza del sangue sul ring e l’uso violento degli oggetti di scena, non venne introdotta nessun’altra forza caricaturale che ricordava gli anni di Hulk Hogan. Nemmeno all’interno della triade che a quell’epoca tirava per la maggiore: quella di John Cena, Randy Orton e Dave Bautista.

In modo particolare proprio quest’ultimDave-Bautistao può essere preso ad esempio di quello che sta succedendo oggi con gli anni ’80. Rappresentate dello show che, come si è visto, meglio di qualsiasi altra cosa può spiegare un’epoca, Bautista è stato ora prestato al cinema con il risultato di apparire totalmente svilito del proprio ruolo. E’ come se del wrestler si volesse mantenere solo la facciata, i muscoli ed una presunta virilità. Sparisce dunque l’alone di ribellione che aveva contraddistinto il personaggio nella faida contro Triple H ed il senso di terrore che incuteva su i suoi avversari che aspettavano con ansia la sentenza del pollice verso. Tutto ciò non si ritrova nemmeno nel ruolo cinematografico tutt’oggi chiave della sua carriera, ovvero quello di Drax il Distruttore nell’universo de I Guardiani della Galassia, una saga che, tra le altre cose, palesemente guarda ai favolosi anni ottanta. Nei due film del filone, Bautista è infatti il classico forzuto senza cervello, sfruttato per la sua fisicità e poco altro, anni luce lontano dall’essere lo stesso personaggio che è sul ring. E’ come se il cinema contemporaneo non abbia ancora capito davvero come riportare sul grande schermo la potenza dell’intrattenimento di cui trent’anni fa si erano dettate le regole: bisogna saper sfruttare gli stereotipi generati dalla realtà. Prenderne soltanto il guscio esteriore non è abbastanza. Questa versione da cartolina del vintage può però ancora funzionare nel cinema sul grande schermo, dove può essere compensata dall’utilizzo di effetti speciali in grado di supportare il tentativo di riproporre gli stessi modelli di un’epoca totalmente diversa da quella odierna. Di fatto il ruolo di Bautista nell’universo Marvel non sembra così fuori luogo.

Lo stesso discorso non è possibile farlo, invece, per il piccolo schermo e per le nuove produzioni come Netflix che però stanno andando proprio in questa direzione. Il servizio streaming ha infatti già presentato allo scorso festival di Cannes Bushwick, un film con protagonista Dave Bautista nel ruolo di un ex marine intento a proteggere la sua famiglia dalle forze armate di nuovi stati secessionisti. La scelta dell’attore non è ovviamente casuale ma rientra nella classica pratica di attingere dal bacino del wrestling per tutti i ruoli che richiedono fisico e virilità. Un approccio che, come si è visto, è dovuto anche al nuovo modo di costruire in maniera più libera la linea narrativa degli lottatori, ormai non più vincolati dai loro stessi personaggi. C’è chi questa tendenza l’ha notata e ci ha anche scherzato su, come Judd Apatow che in Un disastro di ragazza assegna a John Cena il ruolo che gli avrebbero dato in qualsiasi altro film, ovvero quello del ragazzo palestrato, per poi farlo deridere dalla partner femminile che risulta più virile di lui.

glow Sfortunatamente non tutti hanno acquisito questa lungimiranza nell’approcciarsi ai nuovi tempi e c’è chi ancora pretende di far luccicare la patina sbiadita degli anni ’80, semplicemente copiandola ed incollandola sullo schermo. E’ il caso di Glow, produzione Netflix che dopo il successo di Stranger Things ha avuto l’evidente impressione di aver scoperto la formula del successo. L’intenzione della serie è prendere infatti l’intrattenimento puro degli eighties, ovvero quello derivante dal wrestling, per poi andarne a scoprire la parte più nascosta attraverso l’ambientazione nel settore femminile. Quello che però si dimentica di fare è restituire l’intera atmosfera dello show che, come ampiamente dimostrato, si basava su un’assoluta contingenza con la propria contemporaneità; e quella purtroppo (o per fortuna) non potrà più tornare. Ulteriore falla in questo sistema è inoltre l’assoluta mancanza di giocosità (vedi anche l’ultimo Baywatch), elemento imprescindibile dell’intrattenimento di quell’epoca.

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In questa filiera di revival, reboot e remake, dunque, quanto è stato realmente carpito dagli anni ’80 se anche i wrestler ed il wrestling sono stati totalmente svicolati da qualsiasi realtà al di là di muscoli e tutine? “Erano anni veri di pubblicità, anni allegri e depressi di follia e lucidità”, come veniva cantato. Adesso non c’è più né verità né tantomeno allegria in questo riproporsi meccanico di un certo tipo di intrattenimento confinato in un altro tempo.
Prendendo sempre il caso di Glow: la serie si pone evidentemente l’obiettivo di essere innovativa nella sua scrittura, quasi a voler omettere a se stessa il fatto che anche stavolta Robert Aldrich c’era arrivato decenni fa (il dimenticato California Dolls), e che la rivendicazione del femminismo è un atto ormai passato di moda. Semmai, sembrano dirci queste storie, oggi è la virilità a rischio di estinzione (Apatow docet).