#David2016 – Non essere cattivo con il cinema italiano

Abbiamo provato a metterlo nel titolo questo saggio monito. Ma già sappiamo che non ci riusciremo. Perché è stata una vergogna. Quasi da non crederci: un unico premio… possibile? Sembra di sì e forse un domani dovremo persino ringraziare chi ha votato il suono in presa diretta di Angelo Bonanni che, emozionato, negli ultimi secondi del suo discorso di ringraziamento ha ricordato il “maestro che non c’è più”. Il paradosso è che se non fosse stato per lui il nome di Claudio Caligari non sarebbe stato pronunciato da nessuno visto l’ostracismo con cui Non essere cattivo è stato trattato dai giurati dell’Accademia, nonostante le 16 nomination ottenute il mese scorso. A ogni busta che si apriva pensavamo fosse la volta buona e invece niente. Pazienza. In fin dei conti i premi sono un gioco e la serata dei David di Donatello ci ha fatto ricordare dell’esistenza de Il racconto dei racconti, il fantasy di Matteo Garrone tratto dall’opera di Basile, uscito nei cinema italiani lo scorso maggio, costato 14 milioni di dollari e rivelatosi un cocente flop al botteghino italiano – il film però è stato venduto all’estero e sin dalla presentazione a Cannes ottenne buoni riscontri dalla critica anglosassone. Il riconoscimento alla regia di Garrone – al suo quarto David dopo quelli per Gomorra e L’imbalsamatore – al posto di Caligari ci ha spiazzato. Ma forse dare un premio postumo allo sfortunato regista scomparso un anno fa  sarebbe stato incoerente e persino ipocrita da parte di un mondo – quello del cinema italiano istituzionale – che non ha mai saputo come prendere un autore maledettamente noir e postpasoliniano come quello di Amore tossico. Resta il fatto che per noi Non essere cattivo era il miglior film italiano tra quelli candidati e che di certo ci ha fatto soffrire veder salire sul palco, uno dopo l’altro, una miriade di cineasti e addetti ai lavori un po’ talentuosi e un po’ fighetti il cui cinema ha così poco a che spartire con la sincerità dolente, la rabbia e la forza espressiva di Caligari.

Detto questo, in una serata in cui Sky ha preso in mano lo show, ricalcando con esiti sorprendentemente efficaci e snelli il format hollywoodiano di Academy Awards e simili, è evidente come il cinema italiano si sia preoccupato principalmente di tutelare la sua industria premiando come miglior film quello più amato dal pubblico. Gli oltre 16 milioni di euro incassati da Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese erano un biglietto da visita troppo ingombrante per far passare inosservata questa commedia borghese che è piaciuta tanto anche all’estero, al punto da essere in odore di

Lo chiamavano Jeeg Robot di G. Mainetti, vincitore di sette David di Donatello

Lo chiamavano Jeeg Robot di G. Mainetti, vincitore di sette David di Donatello

remake in terra di Francia, Spagna e Stati Uniti. Non sorprende più di tanto neanche l’importante affermazione del film più cool e imprevedibile della stagione, ovvero Lo chiamavano Jeeg Robot del trentanovenne Gabriele Mainetti. Un’opera prima riuscita, che si è portata a casa ben sette premi (troppi?) tra cui quelli ai quattro interpreti e al regista esordiente.

Nel complesso la sensazione è quella di un’edizione molto pubblicizzata, per certi versi innovativa per il lavoro mediatico che è stato compiuto sulla manifestazione e sui film candidati. Si sono contese le statuette opere appartenenti a generi differenti, in molti casi realizzati con finanziamenti stranieri – Il racconto dei racconti, Youth, Fuocoammare. La sensazione è che forse siamo davanti a una ricchezza nuova quanto ambigua, che potrebbe segnare l’inizio di un nuovo modo di raccontare e tutelare il nostro cinema oppure incarnare un abbaglio di pura superficie, destinato a nascondere contraddizioni distributive e culturali croniche e sottovalutate. Aspettiamo. Non è nemmeno detto che un domani il cinema (italiano) sia così importante.

 

L’elenco completo di tutti i premi

Un commento

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    Lo chiamavano Jeeg Robot è un film simpatico e fuori dagli schemi che in effetti meritava un riconoscimento. Per l’appunto, uno, due al massimo: non sette. Ma si vede che la Lucky Red aveva bisogno di pompare gli incassi (finora, diciamocelo, non entusiasmanti).