Dead Man, di Jim Jarmusch

Il giovane William Blake parte dalla sua città natale, Cleveland, per recarsi a Machine, nel west degli Stati Uniti, ad accettare un’offerta di lavoro. Arrivato in città scopre che il lavoro è stato affidato ad un altro e, accidentalmente, uccide proprio il figlio del proprietario della fabbrica, rimanendo, lui stesso, gravemente ferito. Inseguito da tre bounty killers ingaggiati dal ricco industriale, inizia un percorso che lo porterà alla morte in compagnia di un indiano che ha studiato in Inghilterra e pensa che si tratti della reincarnazione del poeta omonimo.

Jarmusch si cimenta con un genere che non ama, tranne che per sporadiche eccezioni di western non convenzionali, come Johnny Guitar, del suo mentore e maestro Nicholas Ray, o quelli di Peckinpah. Il western, infatti, è il cinema che è alla base del mito fondativo dell’America: quello della terra delle opportunità, del viaggio ad ovest come ricerca di una nuova vita. Jarmusch ribalta sin da subito (sin dal titolo) questo mito, facendo del viaggio ad ovest un viaggio verso la (propria) morte. Rappresentando il west (e quindi l’America) come un luogo dominato dal cinico affarismo (la Dickinson Metal Works), dalla sopraffazione e la violenza e popolato da mostri: la carrellata di personaggi che si parano davanti a Johnny Depp in quasi tutto il film, ma specialmente appena sceso alla stazione di Machine, sembrano incubi lynchiani. L’America, per Jarmusch, è un posto dominato dal cinismo e dalla violenza, dove le anime più candide e indifese, ma al tempo stesso poetiche, sono destinate alla marginalità se non alla clandestinità, in cui molto spesso non possono nemmeno sopravvivere. Questa visione dell’America è presente, più o meno apertamente, in tutta la sua filmografia, basti pensare solo agli ultimi lavori del regista (Only Lovers Left Alive, Paterson e, il più sopra le righe di tutti, The Dead Don’t Die).

Dead Man conserva anche i tratti tipici del cinema Jarmusch: il gusto per l’estetica dei luoghi che, grazie ad un bellissimo e ricchissimo bianco e nero, vengono rappresentati qui, più che mai, come luoghi dell’anima. Ma c’è soprattutto l’incontro fra culture diverse che caratterizza, fin dagli esordi, il suo cinema, ed anche la sua biografia: nato ad Akron, proprio vicino a Cleveland, di origini irlandesi e cecoslovacche, formatosi artisticamente fra Parigi e New York. Un incontro spesso complicato e caratterizzato dalle difficoltà comunicative e di rappresentazione del mondo che in Dead Man raggiungono il loro apice con il personaggio dell’indiano “Nessuno” la cui derivazione non è omerica ma è legata, appunto, all’incapacità di comunicare: la sua tribù lo chiama così perché, essendo stato portato da bambino in Inghilterra, quando è tornato, carico di esperienze e cultura altra, non è stato più in grado di connettersi con la propria, diventando: “Colui che parla senza dire nulla”, Nessuno appunto. In realtà in Dead Man non c’è un vero incontro di culture in quanto William Blake non è portatore di nessuna cultura, l’unica formazione che sembra avere è quella tecnica necessaria per il lavoro di contabile ma, per quanto riguarda le esperienze di vita, appare completamente impreparato. L’unico portatore di entrambe le culture (quella occidentale e quella indiana) è, appunto, Nessuno, che cerca di farle convivere, almeno dentro di se, trasformando i versi del poeta William Blake in una sorta di assurdi aforismi indiani.

Dead Man è, soprattutto, un viaggio iniziatico e di formazione spirituale per potersi man mano staccare dal mondo materiale e dalle sue convenzioni ed affrontare la morte. Sin dall’inizio del film, infatti, il macchinista/indovino, oltre a raccontargli, come se fosse il passato, quella che sarà la scena della sua morte, dice a William Blake di non fidarsi delle parole scritte su pezzo di carta, come a dire che le regole della vita quotidiana che sono l’unico orizzonte di vita per il protagonista presto non avranno più alcun senso. Una volta ferito a morte e dopo l’incontro con Nessuno si sbarazzerà, prima di tutto, del suo ormai inutile bagaglio e subito dopo dell’altrettanto inutile visione razionale della vita: emblematica la scena in cui Nessuno gli toglie gli occhiali dicendogli che senza di quelli vedrà meglio.

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Sebbene il viaggio mistico intrapreso da William Blake possa apparire, principalmente dal punto di vista visivo, legato a valori orientali (quasi zen) per la sua asciuttezza, esso resta sempre e comunque legato alla cultura occidentale come dimostra anche la colonna sonora originale composta (forse in presa diretta, ma comunque davanti allo scorrere delle immagini) da Neil Young: ricca, di volta in volta, di suggestioni industriali, con la chitarra che riproduce il suono della locomotiva o della fabbrica, mentre in altri momenti scivola ad accarezzare gli alberi o i resti di accampamenti indiani devastati, conservando sempre quel feedback che è marchio di fabbrica di Young e con lui di una certa controcultura americana a cui, benché in modo diverso, anche Jarmusch appartiene.

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In definitiva, con Dead Man, Jarmusch porta sullo schermo una delle sue opere migliori, anche se all’epoca della sua uscita non ottenne un grande successo, nella quale sono perfettamente bilanciati tutti gli elementi che hanno reso riconoscibile e necessario il suo cinema: un cinema fatto di uomini irrimediabilmente soli che si confrontano con il mistero (della vita, della morte, dei sentimenti) cercando conforto in improbabili e, spesso, impossibili compagni di viaggio per tornare, inevitabilmente, alla solitudine iniziale.

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Titolo originale: id.
Regia:
Jim Jarmusch
Interpreti:
 Johnny Depp, Lance Henriksen, Gary Farmer, Alfred Molina, Crispin Glover, Michael Wincott, Eugene Byrd, John Hurt, Robert Mitchum, Iggy Pop, Gabriel Byrne, Jared Harris, Mili Avital
Distribuzione: Movies Inspired

Durata: 123′
Origine: USA, 1995

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.8 (5 voti)

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