Deadwood – Il film, di Daniel Minahan

A Deadwood sono passati dieci anni da quando l’avido capitalista George Hearst ha lasciato la città. Dopo aver seminato morte e distruzione, per sfamare la sua fame di potere, il milionario è tornato in California per proseguire i suoi loschi traffici. Nell’avamposto la popolazione è ancora ferita e disorientata. Hearst con la sua ambizione spregiudicata e la sua violenza istituzionale ha rappresentato qualcosa di inconcepibile nello status quo di Deadwood. Nella piccola cittadina delle Black Hills la vita non era certo rosa e fiori, neanche prima dell’arrivo del ricco imprenditore. Nata solo dalla determinazione di alcuni pioneri, corsi un passo oltre la frontiera per scappare dall’ipocrita legge della East Coast, Deadwood è stata per anni dominata da un complesso sistema di non-leggi, dove odi, amicizie e interessi si sono fusi in un insieme indistinguibile di relazioni. Dall’integerrimo furore dello sceriffo Seth Bullock, alla furba saggezza criminale di Al Swearengen, effettivo padre padrone della cittadina, l’avamposto si è formato in una comunità salda, pura nel suo isolarsi dai meschini interessi della modernità, eroica nell’affermare i valori (e gli orrori) della Frontiera.

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Fondata a partire dal martirio di Wild Bill Hickok, leggenda del West che sui tavoli di gioco di Deadwood trova una morte (ricercata), una comunità fatta da prostitute, cercatori d’oro, tagliagole e cowboy si è ritrovata come l’ultima resistenza di un futuro, capitalista e amorale, che incombe con i suoi telegrafi, i suoi burocrati, i suoi treni, i suoi mercenari… L’annessione al Dakota del Sud, quindi agli Stati Uniti, officiata proprio dal nemico George Hearst, ora diventato onorevole senatore, è l’ultimo passo, la sconfitta inevitabile. Deadwood da adesso in poi dovrà rispettare delle vere regole, partecipare insieme agli altri territori al Grande Destino della Nazione. I protagonisti della sua storia, ormai invecchiati e “normalizzati” sembrano accettare questo esito. Non c’è più forza per combattere contro l’impossibile.

Nei dieci anni narrativi (13 reali) che sono scomparsi dall’occhio dello spettatore (la serie Deadwood è stata chiusa da HBO nel 2006) non sappiamo cosa è successo ai tanti personaggi, come si sono risolte le tante questioni in sospeso. Il film diretto dall’ottimo mestierante televisivo Daniel Minahan ci riporta a Deadwood, senza troppe spiegazioni, riprendendo il filo da dove era stato lasciato. E’ straniante vedere i tanti eroi delle tre stagioni del serial ritornare con i capelli e i baffi grigi, con le rughe più accentuate, con i passi più malfermi. L’operazione produttiva, oltre a voler dare un sacrosanto finale a una storia chiusa in modo sbrigativo e inconcludente, gioca apertamente sull’effetto nostalgia. Il pubblico affezionato non può che commuoversi davanti ai protagonisti, incanutiti ma non cambiati (la rabbia che attraversa l’onesto Timothy Olyphant è sempre la stessa, pur prosciugato Ian McShane non perde un grammo del suo carisma), ai loro affetti e amori, alla loro determinazione.

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Deadwood – Il film, già sulla carta, è un’opera funeraria perché racconta la fine di una grande storia, è il senso di tristezza per questo breve ritorno tra le vie di una città oscena quanto affascinante pervade ogni singola scena. Una malinconia avvolgente che, però, non nasconde mai la forza di personaggi che, pur consapevoli del loro essere fuori tempo, non si rassegnano al futuro, allo Stato, a Hearst. Una resistenza ideologica e, a suo modo, morale che ci fa sperare. Da qualche parte, Deadwood ancora esiste.