Dear Evan Hansen, di Stephen Chbosky

Un musical che conserva lo spirito dello spettacolo originale ma vive come un trauma il passaggio dal palco allo schermo. E così il centrale discorso sul disagio mentale risulta anacronistico.

Dear Evan Hansen è il musical con cui Steven Evelson ha affrontato un argomento tabu come la salute mentale degli adolescenti attraverso la vicenda di Evan, un ragazzo affetto da ansia sociale che dopo il suicidio di un compagno di scuola inventa una bugia che diventa virale, gli darà una popolarità inaspettata ma innescherà una spirale dalle conseguenze impreviste. È una scelta coraggiosa ma vincente, quella del musical, che ha spinto i confini dello spettacolo dal vivo un po’ più in là  e ha garantito allo spettacolo una straordinaria popolarità oltreché la vittoria di 6 Tony Awards eppure, ora che Dear Evan Hansen è diventato un lungometraggio, adattato dall’autore e diretto da Stephen Chbloski (Wonder), il risultato è ben più opaco delle attese.

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Si tratta, evidentemente, di un problema di linguaggio. Malgrado Chbloski ed Evelson provino infatti ad adattare il materiale per il cinema, l’obiettivo è infatti quello di non intaccare lo spirito del musical. Ma la struttura base dello spettacolo, all’avanguardia nello spazio della liveness, non può che soffrire il contatto con uno spazio cinematografico che da anni è occupato da storie con al centro la salute mentale. L’approccio estremo di Chbloski rende Dear Evan Hansen un progetto schizofrenico. A volte il film pare voler trattenere la sua esplosiva essenza performativa, non fidandosi troppo di certi promettenti spazi di confine in cui si muove, della sua affascinante impostazione minimalista, degli exploit visivi, del montaggio forsennato e del libero gioco con gli stilemi del genere, divenendo però, in questo modo, un teen drama incolore.

Dear Evan Hansen

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In altri casi, invece, il film torna timoroso nella dimensione di partenza, facendo forse troppo affidamento sull’ottima prova di Ben Platt e rischiando di ridurre personalità come quelle di Amy Adams e Julianne Moore a camei di lusso. A soffrire maggiormente danneggiata di quest’indecisione operativa è la dimensione tematica del film, imprigionata nell’approccio diretto ma superficiale del musical, che impedisce di  approfondire spunti che avrebbero avuto bisogno di una sceneggiatura più che di una partitura, per essere affrontati.

E dunque se da un lato Dear Evan Hansen ha il pregio di normalizzare il disagio mentale negli adolescenti, dall’altro non può che generalizzare il suo sguardo su di esso. Il racconto diviene una sorta di galleria del disagio giovanile che la diegesi osserva con profonda umanità ma senza tematizzarne davvero gli estremi, accontentandosi perlopiù di esorcizzarlo con vuote frasi motivazionali e abbracciando troppo tardi un passo pedagogico attraverso cui provare a rapportarsi alla malattia. E dunque, un po’ come quegli adulti assenti che il film racconta con efficacia, alla lunga Dear Evan Hansen vorrebbe parlare di salute mentale ma non sa come farlo al passo coi tempi.

Il centro del discorso si fa sfuggente ed il racconto sempre più emotivo della malattia finisce per coinvolgere lo stesso protagonista, un affascinante antieroe dal potenziale straordinario di cui però la diegesi non esplora mai davvero i lati più ambigui, rischiando di trasformare le sue grida d’aiuto in vittimismo e malizia respingenti. Dear Evan Hansen soccombe lentamente al linguaggio rapido del cinema contemporaneo, che inesorabile lo colonizza con la valanga di schermi di pc e smartphone che puntellano la bella sequenza che chiude il secondo atto e svela la stanchezza dei meccanismi narrativi su cui si regge.

Il film di Stephen Chboski cattura alla perfezione lo spirito del musical originale ma si accontenta troppo facilmente dello sguardo gentile con cui osserva il disagio mentale, divenendo un’efficace morality play sui rischi della manipolazione dell’informazione in ambiente digitale che però non smuove di un passo il racconto della malattia al cinema.

Titolo originale: id.
Regia: Stephen Chbosky
Interpreti: Ben Platt, Julianne Moore, Amy Adams, Kaytlin Dever, Colton Ryan, Amandla Stenberg
Distribuzione: Universal Pictures Italia
Durata: 137′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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