Deepwater – Inferno sull’Oceano, di Peter Berg

Deepwater è il film più old school di Peter Berg, qualche decennio fa avrebbe potuto essere un veicolo per l’action umanista e operaista stalloniano in fase Daylight (quant’era clamoroso rivisto oggi quel Rob Cohen?): il gancio con le dimensioni immani del disastro ambientale nel Golfo del Messico non permette mai alla piattaforma petrolifera di Berg di raggiungere un livello di astrazione puro come succedeva a quella di Armageddon sulla quale si poteva giocare anche a golf. Allo stesso tempo lamiere, impalcature e tubature si fermano sempre un attimo prima di trasformarsi nel luna park dell’inabissamento del set industriale, e questo dona al film un fascino quasi alla James Cameron, la sala motori del Titanic lanciata come l’aereo di un kamikaze a velocità suicida tra sbuffi e fanghiglia, con il sordido capitalista a cui è letteralmente impedita qualunque discesa nelle classi inferiori sotto coperta.

E’ chiaro allora che i paragoni con il precedente straordinario film dell’accoppiata Berg/Wahlberg, Lone Survivor, si fermano al livello della struttura, che anche qui avanza per cadute verticali e progressiva messa a nudo dell’impianto survival in cui la salvezza giunge rovesciata, andando a fondo nello stesso istante in cui si arriva in vetta (Mike Williams, l’operaio interpretato da Wahlberg, è ricordato soprattutto per aver saltato in acqua per ultimo e da un’altezza equivalente a un palazzo di dieci piani per evitare la linea di petrolio in fiamme che circondava la piattaforma).


E però Deepwater non è un film meno potente e sorprendente di quello, e lo è innanzitutto perché Berg, Mr Friday Night Lights, non perde neanche stavolta la sua passione per i team, le truppe, il cameratismo di squadra: più delle mille informazioni sulla gestione dell’estrazione del petrolio che lo script tenta di darci nella sezione iniziale del film (un po’ nella maniera che si usa oggi in stile Big Short), a settare il mood delle immagini sono essenziali quegli istanti di scherzi da caserma e battutacce affettuose tra i protagonisti della vicenda.
E’ lì che rinasce la capacità del cinema americano di farsi tra la gente pur incarnandosi nei volti delle star, e basterebbe davvero lo sguardo di fuoco che Kurt Russell rivolge (con un occhio guercio che si porta addosso dal futuro…) all’uomo delle multinazionali John Malkovich durante la conta delle vittime, per sentire restituito in un’unica istantanea il senso di questa gloriosa poetica popolare.

Quelli di Berg sono tutti patriots day, almeno da The Kingdom in poi, e alle parate torniamo tutti bambini: per spiegarci i motivi del blowout funziona benissimo la metafora della lattina di cocacola che Wahlberg mette in scena per la figlioletta a colazione.
Sulle spalle del protagonista e produttore si regge l’epica puntualmente autobiografica dell’american boy, l’average guy finito a scontrarsi con i meccanismi spietati della fabbrica disumanizzante: l’aggiustatutto di Wahlberg in Deepwater ricorda da vicino il suo Cade Yeager dei Transformers (che sia il fossile di un dinobot il portafortuna dell’eroe?), e conferma nell’ex rapper bostoniano una figura chiave delle traiettorie hollyoodiane contemporanee.