Del cinema civile, o della civiltà del cinema



Ha compiuto appena qualche giorno fa ottant'anni Francesco Rosi. I titoli dei giornali non hanno fatto altro che correre dietro alla notizia, gridando ai quattro venti la politicità del suo cinema, la grandezza delle sue opere, l'aver precorso il reale succedersi degli avvenimenti degli ultimi trent'anni di storia italiana. Non è per fare i soliti bastian contrari, o forse, si anche per quello, ma siamo davvero stanchi di queste continue santificazioni nazionali di registi che non hanno nulla a che vedere con il cinema, quello vero, quello che ti strappa via l'anima cambiandoti (anche in meglio). Francesco Rosi e il suo cinema verità, le sue (finte documentazioni) che ri-costruiscono la realtà, i suoi tentativi di incidere sulla vita sociale/politica del momento costruendo assiomi incredibili che qualcuno ha ancora il coraggio di spacciare per cinema. Bisogna soltanto mettersi d'accordo su di un punto. Cos'è la realtà, ma soprattutto in che modo bisogna filmarla? Con che sguardo, con quali strumenti percettivi? Parliamo allora del genere di cui Rosi in Italia è stato il grande patriarca, il cosiddetto cinema civile. Civile dunque, alludendo al cives, e trattando i suoi problemi, i suoi diritti, nondimeno i suoi doveri. Il tutto contestualizzato all'interno di una dimensione sociale, la sola in cui è dato il cives e la sua figura fuori/dentro i giochi rappresentativi. Il problema di chi si mette(va) ad affrontare la questione era per l'appunto quella di filmare un certo presente (vedremo poi in che modo) per poi tratteggiare la propria aspirazione a cambiarlo, distruggendolo in parte, ma restando attaccati ad una base di rassicurante normalità delle cose. Cosa ci dice oggi il cinema di Vancini, di Petri, di Damiani, e ancor di più di Rosi? Sono sguardi assolutamente filtrati, prodotti ed oggi datati dal proprio scorrere/nascere/rappresentarsi quali finte derive di un discorso sociale/politico/finzionale vecchio come il mondo già quarant'anni fa, quasi risibili ,aggiungiamo, nel loro esibire come documento riconoscitivo la patente di anti-conformismo sbandierato da più parti, agitato nervosamente come alibi da prendere in serissima considerazione durante la visione dell'opera. Prendiamo il capostipite di questo cinema il Salvatore Giuliano di Rosi, citato in questi giorni manco fosse il quarto potere italiano. Di che si tratta? Ma semplicemente di una ri-costruzione. Ricostruzione della vita e della morte del famoso bandito Giuliano, tradito dal luogotenente e amico Pisciotta, immortalato da Rosi in un alveo cinematografico passato alla storia come regno primario di ricostruzioni della verità della storia, nel labirinto dell'immagine. Studiato nelle scuole di cinema, discusso sino alla nausea.


Tutto ciò per giungere ad una certa conclusione su alcuni intrecci di mafia e politica che proprio in quegli anni (parliamo dei primi anni 50' ) stavano venendo fuori. Ecco allora il cinema impegnato, quel cinema che per insediarsi nella coscienza di ognuno deve farsi segreto e "affettuoso" portavoce di verità inconfessabili, di sentori misteriosi ufficializzati in forma scritta (più che visiva) per affermarsi quali sguardi inquieti su di una realtà sviscerata (a quanto pare) nei suoi anfratti più nascosti. Già, ma cosa c'entra il cinema? Cosa c'entra il dogma intollerante di uno sguardo siffatto con la rimessa in gioca della finzione che allora sì, può davvero cambiare le cose? In Salvatore Giuliano non c'è un'ombra-una di umanità, di solidarietà, di passione, di rimessa del set nel regno incontaminato del sogno, del gioco, dell'imprevisto, della rappresentazione insomma. Esibire, rappresentare, dare una forma ad un mondo di eventi riconfigurati per l'occasione in ombra di se stessi. Qual è lo scopo di questo cinema se non chiudere prima dei titoli di testa iniziali i conti con lo spettatore. Se il caro, vecchio tavolino potesse parlare…Carte accumulate, idee che si raggrumano in ipotesi di senso più o meno plausibili da far lievitare all'insegna del ri-costruito (ma attenzione, nel modo più fedele possibile). Quando il cinema ri-costruisce, sbaglia, manca in partenza il bersaglio, annaspa prima ancora di muoversi nelle secche anguste del "vorrei, ma non posso". Non c'è documentario o inchiesta che regga, non c'è scusa che funzioni, non c'è creazione che non risulti minata in partenza dalla volontà di annullare la visibilità precaria (sempre precaria e sul punto di eclissarsi nell'oblio della dolce, buona intenzione) nel tutto tondo dell'occhio in preda a sbobinamenti fintamente inquieti di una verità inscalfibile. Non ci piace Salvatore Giuliano, come non ci piace Le mani sulla città o Lucky Luciano, semplicemente perchè quando l'atto del filmare equivale a imprimere su pellicola gli umori del momento cambiati di segno (ma chissà poi fino a che punto), il cinema allora ha perso, non resta che nascondere della tecnica anche di buona fattura ( e ce n'è tanta in Rosi) sotto la tensione ad imporre il proprio punto di vista, la propria storia, il proprio sguardo. E' un discorso vecchio questo, riuscito fuori ultimamente con la scandalosa premiazione veneziana di Magdalene, ma non ci stancheremo mai di ripeterlo, fino alla nausea.

E' ora di farla finita con i padri (filmici) della patria, per guardarci intorno e accorgerci che la marea di cazzate accumulate in tanti anni di cinema italiano di questo tipo non hanno fatto altro che confonderci le idee, creando qualunquismo, annacquamento di ogni spinta propulsiva, di ogni energia da impiegare in modo fruttuoso. Consideriamo il cinema come una cosa troppo seria per essere messa in pericolo una sola volta di più da soloni in meno pausa che hanno ancora il coraggio di indicarci la strada battuta, quando si tratta di un sentiero che solo un cieco potrebbe continuare a percorrere, che solo uno sciagurato avrebbe ancora il coraggio di intraprendere. Siamo stufi di storie del cinema composte dai vecchi nomi che non hanno (e che forse non hanno mai avuto) niente da dirci, se non che la realtà è quella che mostrano, l'antidoto lo hanno solo loro e che l'intreccio di corpi fuori/dentro la storia può condurre allo scioglimento liberatorio e catartico di ogni prospettiva. Non vogliamo mancare di rispetto agli autori di questa ammuffito cinema del civile (né dunque tantomeno a quel gentiluomo di Rosi a cui auguriamo un buon compleanno), ma crediamo che è giunta l'ora di rimettere l'orologio, e di vedere che tutto quello che poteva andare bene cinquant'anni fa era appunto quello che andava bene alle autorità politiche dominanti, alla cultura tutta implicita di un potere a cui ha sempre fatto comodo possedere le menti con una risata schiacciapensieri, o ammazza-cinema, fate voi (la commedia all'italiana in questo meriterebbe d'essere bruciata in tronco), oppure col classico film dibattito (il cinema di cui stiamo parlando) su cui parlare, parlare, parlare, parlare, tanto i veti, le proibizioni, le scomuniche, accontentano soggetto ed oggetto di quest'ultime, vasi comunicanti senz'anima in cerca di nuovi soggetti da controllare. Qual è allora il cinema sommerso di quegli anni, il vero cinema che si agitava sullo sfondo di un orizzonte mai riappacificato? Ma per dirne solo alcuni, il cinema di Margheriti, quello di Di Leo, di Deodato, di Lenzi, di Martino, di Corbucci, di Girolami e così via. Sogno mancato forse, ma vitale, energico, appassionato. E in realtà molto meno ingenuo di quanto si potesse pensare all'epoca. Ma ci torneremo.


E' una promessa.