Demme – Altman, il flusso dell’incolmabile distanza

Ricordo che la visione di Il silenzio degli innocenti, all’epoca non avevo ancora letto il romanzo (lo avrei fatto molti anni dopo), mi lasciò una specie di indelebile segno che sembrava quello degli Hannan nel film che molti anni prima Jonathan Demme aveva realizzato. Ancora a distanza di anni Jonathan Demme è quel film in quella magnifica sequenza iniziale in cui conosciamo Clarice Starling. Da allora Il silenzio degli innocenti, 1991ossessivamente ritorna e durante i suoi passaggi televisivi è impossibile non vederlo, anche per pezzi, già avanti nella storia. Penso di non avere mai cambiato canale se su uno dei tanti c’era Clarice e Hannibal e la loro sfida d’amore nel bel mezzo della tragedia.
Era il 1991 e serviva quella storia, anche magnificamente scritta, che risvegliava colpe segrete e ancestrali di un’America appena uscita dall’epoca reganiana che sembrava doversi confrontare con la purezza del male che Lecter rappresentava, opponendole una giovane e forse sprovveduta poliziotta ancora priva dei galloni e dell’investitura ufficiale. Un’America sprovveduta davanti al male? Piena di conflitti da risolvere, in una storia dalle pieghe affascinanti perché Il segno degli Hannan, 1979legate all’inesplorata capacità offensiva del male del passato.
Un incipit eccezionale, come giustamente affermava Gualtiero De Marinis (un incipit da mandare a memoria nelle scuole di cinema. Spiega tutto senza affannarsi a dirlo – scriveva il critico) nella imperdibile recensione del film su Cineforum del maggio di ventisei anni fa. Ecco, Demme ci ha regalato pezzi di cinema imperdibili, attraverso una indagine sempre spiazzante e una costante contaminazione, frutto di una inguaribile cinefilia e cifra costante della sua filmografia. La sua macchina da presa Qualcosa di travolgente, 1986ha spaziato dai quartieri napoletani inseguendo le tracce della musica di Enzo Avitabile, alle insicurezze di una madre romanticamente rockettara nell’ultimo suo film, dalle strade di una Filadelfia ridotta a pezzi, alle highway di una rocambolesca vicenda tutta dentro una originale New York.

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Un cinema ondivago, frutto sempre di un concreto interesse privo di un registro unico, ma capace di raccontare il mondo e la musica, la politica e la storia.
Per noi di più di una generazione fa, Demme ha significato la liberazione del mezzo da alcune necessità che sembravano indispensabili per realizzare un cinema politico. Il suo, al contrario di chi (pur legittimamente) esplicitamente riaffermava principi partecipativi in nome della collettività, è sempre rimasto un cinema segretamente politico. Lo stesso regista nella chiacchierata che in questi giorni è ricomparsa in video sulle pagine della nostra rivista, ci aveva fornito le coordinate per comprendere la sua direzione. Philadelfia, 1993La sua idea era quella che le storie avrebbero dovuto raggiungere le persone più distanti, quelle che non erano ancora convinte ed è per questa ragione che queste tracce possano apparire invisibili, ma lavorano nelle sue storie in forma sotterranea e dimessa. Ma d’improvviso, nell’ottica dello spiazzamento, tutto autoriale, Demme ci sorprende con un film come The Agronomist, nel quale l’esplicitazione degli intenti avviene attraverso le forme di una apparente classicità che lo vede coinvolto in prima persona.
Il suo cinema sembrava costantemente rivolto ai modelli di genere, vizio cinefilo che il suo occhio e la sua scrittura trasformavano in altro. Siamo sicuri che Qualcosa di travolgente non sia uno dei film più intensi e imprescindibili nella storia cinema? Un film che non riduceva a piatta The agronomist, 2003teorizzazione una contaminazione che la cultura degli anni ’80 aveva improvvisamente scoperto. L’invenzione di una audace trasversalità era il risultato raggiunto e ciò era avvenuto con una storia non solo divertente, quanto pochi film hanno saputo fare, ma grazie ad un mai più ripetuto innesto di due generi tra i quali non sembrava potesse ipotizzarsi una comunicazione così proficua.
Forse il senso più profondo della sua filmografia, ora che lo spettacolo è finito, la leggiamo proprio nella sua intenzionale scelta di innesto tra i generi che ha conferito ai suoi film un aspetto così insolito e non sempre facilmente classificabile. Lo avvertiamo leggendo i titoli delle sue realizzazioni la dove la fiction passa la mano al racconto della musica protagonista del suo cinema al pari delle storie che inventava.
Se dobbiamo, invece, parlare del senso collettivo del cinema di Demme cioè di quell’intervento diretto sulla realtà immediata, non possiamo che fare riferimento al suo atto politico più dichiarato che è Philadelfia del 1993. Un poetico melodramma solitario che, al di là di ogni analisi e di ogni recensione, resta scolpito nella memoria per la rarissima capacità di mostrare il dolore e la dignità dell’esclusione, un atto di protesta e di libertà, silenzioso e paziente, Dove eravamo rimasti, 2015contro ogni conformismo.
La nostra memoria cinefila ci costringe per questo ad associare questa complessiva attività a quella di un altro geniale autore il cui cinema ha sempre lavorato sulla dissacrazione di ogni mito nazionale e che oggi risulta messo da parte da una imperante disattenzione verso i temi della fondazione delle società. Robert Altman, si va quasi a senso, è l’unico autore americano che può essere associato al genio creativo di Demme. Così come il regista di Kansas City anche il newyorchese Demme ha alacremente lavorato controcorrente facendo emergere i guasti di una cultura radicata e diffusa. Così come in Altman, sono stati i volti delle donne a restituire le fragilità esistenziali al cinema di Demme. Da Clarice Starling alla Kym dell’assolutamente altmaniano Rachel getting married alla Linda di Ricky and the Flash, tutte donne senza uomini, donne che ne suppliscono le parti, nelle quali l’autore sembrava ritrovare la comune identità in quella naturale diversità. In queste storie la straordinaria affinità sensoriale con l’opera di Altman.
Eppure al suo apparire il suo cinema ci era sembrato solo un altro controcanto dell’America, oggi sappiamo che ci mancherà la discontinuità temporale dei suoi film. Jonathan Demme non Rachel sta per sposarsi, 2008sfornava un film all’anno, in fondo la sua filmografia non è infinita e in questa intermittenza autoriale ritroviamo un’altra cifra della sua ricchezza di cineasta. La capacità di stare in silenzio davanti a qualcosa su cui dovere ragionare. Un cinema sempre necessario, di ricerca anche quando sembrava si sedesse sornione ad osservare un’America che non gli piaceva, tra le strade di Philadelfia, città campione di libertà dove fu dichiarata l’indipendenza degli Stati Uniti e luogo nel quale fu scritta la Costituzione, città emblema degli USA quindi, che diventa, nel suo film, la città in cui vengono negati i diritti fondamentali. In questa segreta misura sta il fascino del cinema di Demme, raffinato, gentile, segretamente aggressivo, corrosivo e autenticamente libero da ogni imposizione produttiva. Per tutto questo quelle immagini ci mancheranno e saremo più poveri del suo sguardo e delle sue storie sempre ricche di una universale e inquieta umanità. Demme restava uno degli ultimi registi diretti eredi di una stagione ricca di contraddizioni, ma che riusciva a raccontare l’orrore e la bellezza dell’umanità attraverso i suoi ritratti di personaggi marginali, incattiviti o sconfitti. È un grave lutto la sua perdita, un racconto che si interrompe ed un cinema che, improvvisamente, sembra scomparire in un flusso di incolmabile distanza.