Depeche Mode: Spirits in The Forest, di Anton Corbijn

Energia che invade lo spazio e lo riempie, lo modifica, lo modella. Consolazione, conforto, una carezza che cala attraverso interstizi sonori, o a volte uno schiaffo che ridesta, una spinta che pungola, che stimola. Ognuno vive nel proprio modo intimo e personalissimo il rapporto con la musica, questo è certo. E ogni fan che si rispetti ha il suo modo per sentirsi connesso ai propri beniamini, spesso tanto viscerale e intenso da travalicare i confini fisici ed entrare in uno spazio spirituale, metafisico. Questo sembra particolarmente vero quando si tratta dei Depeche Mode, una delle band elettroniche più influenti al mondo, formazione inossidabile che sta per toccare il traguardo dei quarant’anni di attività. E ancor più vero se si tratta del nucleo di fan più fedeli, devoti, del trio britannico. Lo capiamo subito, sin dalle prime transizioni di Depeche Mode: Spirits in The Forest, dove a tenere il ritmo del film sono appunto le sei storie di sei tra i fan più accaniti.

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Sei fedelissimi che hanno vinto un contest social del 2017, con altrettante storie particolari che attraversano il globo e raccontano il potere della musica e il legame indissolubile con le note dei Depeche Mode: Indra, ventenne guida turistica della Mongolia, che vive con la nonna e ha imparato l’inglese anche grazie ai testi di Martin Gore, subendone la fascinazione ancora prima di comprenderne il significato; Dicken, artista colombiano, che grazie alla fondazione della cover band DMK e al successo inaspettato tramite YouTube è riuscito a tenere saldo il rapporto coi due figli, che vivono a Miami; Christian, rumeno, che ricorda come sotto il regime di Ceauşescu i genitori sentissero quella musica bandita di nascosto, acquattati in cucina; Liz, statunitense afro che in gioventù stranamente si era appassionata alla synt pop anziché l’hip hop e che la musica dei DM ha aiutato a superare la chemioterapia; Daniel, brasiliano trapiantato in Germania, che racconta il difficile percorso di accettazione della propria sessualità e coming out; e infine la francese Carin, che dopo un incidente mortale si era ritrovata privata della sua memoria, incapace di ricordare persino come parlare in francese, e che ricordava soltanto le canzoni dei Depeche Mode.

Abbastanza lontano dall’essere un classico film-concerto, Depeche Mode: Spirits in The Forest interseca le parole di Liz, Carin, Indra, Dicken, Daniel e Christian, i loro ricordi e le emozioni suscitate da alcuni degli intramontabili successi della band, mentre si accingono a partecipare al concerto berlinese del luglio 2018 (ultima tappa del grandioso Spirit Tour) con le immagini del live tra successi vecchi e nuovi – in cui trova spazio anche un bell’omaggio a David Bowie. L’esperimento, l’intento dichiarato è quello di (di)mostrare il potere della musica declinato in ogni sua possibile espressione, tralasciando il lato umano dei performer per concentrarsi su quello, ancor più trascendentale, delle canzoni.  E a fare da collante tra una storia e l’altra è infatti la voce dell’irresistibile frontman Dave Gahan, facendo interagire e dialogare tra loro le impressioni dei sei fan affezionatissimi con le immagini del concerto, così che questo ibrido docu-film-concerto vede in qualche modo corrispondere alla sostanza pensata dal regista Anton Corbijn (The American), così profondamente connesso alla band e alle sue implicazioni visuali, una stilizzazione formale che tutto sommato funziona. E che sfrutta con la giusta consapevolezza la dimensione dei social.

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Titolo originale: Spirits In The Forest
Regia: Anton Corbijn, Pasqual Gutierrez, John Merizalde
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 83′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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