Detours, di Ekaterina Selenkina

In concorso alla Settimana Internazionale della Critica di #Venezia78, Detours mescola iperrealismo virtuale, casualità della visione e narrazione degli spazi

Una finestra di Google Street View e una freccia che si muove sullo schermo, tra mappe, vie ed edifici. Inizia così Detours della russa Ekaterina Selenkina, passato in concorso alla 36esima Settimana Internazionale della Critica di Venezia. L’incipit è una chiara dichiarazione d’intenti che vuole spingere alla riflessione sull’iperrealismo dell’esperienza virtuale. Selenkina però la analizza non dal punto di vista dell’intrattenimento, quanto come vero e proprio strumento di sopravvivenza. La camera fissa dell’autrice incrocia e riprende, nella più totale casualità della visione, stralci di vita quotidiana di perfetti sconosciuti, intrecciandosi e slegandosi più volte all’attività di spaccio di Denis, che utilizza le mappe interattive di Google per trovare i punti strategici della città in cui lasciare la droga. In questo senso Denis risulta essere barlume vitale, scheggia in movimento sullo sfondo di geometrie architettoniche rigide e apparentemente morte, comparsa imprevedibile e non tracciabile che fuoriesce di continuo dal teatro urbano dei palazzi, delle strade, dei parchi, dei vicoli, contrapponendosi alla staticità dei luoghi, alla loro localizzazione virtuale, alla loro definizione spaziale. L’uomo ai margini, che si muove sul bordo dell’illegalità, diviene simbolo di elusione del controllo, poiché utilizza gli stessi mezzi di sorveglianza e tracciamento per sottrarsi alla vista vigile di telecamere e satelliti.

L’operazione di Selenkina, a metà tra documentario e finzione, ricorda le “finestre sul mondo” aperte da utenti anonimi durante il lockdown, paesaggi, naturali e non, ripresi dalle porte e dalle finestre di casa coi telefoni cellulari, che ci hanno resi spettatori casuali di quotidianità fuggevoli, qui racchiuse nella cornice del formato in 4:3. Non c’è tensione alla ricerca forzata di una storia in Detours, quanto attesa del suo stesso compimento, in tempi e modi che seguono la dilatazione del reale e non la costrizione cinematografica. Selenkina osserva, e noi con lei, discreta e silenziosa, senza intento voyeuristico, dando modo agli spazi fisici, che diventano protagonisti, di trovare una propria narrazione, una nuova angolazione dal quale essere osservati, visti, e in quanto tali esistenti, vivi, vibranti.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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