“Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore”: Luis Sepúlveda

Il nostro omaggio a Luis Sepúlveda, narratore infaticabile, morto a causa del coronavirus lo scorso 16 aprile. Ci lascia il cavaliere errante dell’America Latina, scrittore militante e “leggero”

«Mio nonno, un formidabile anarchico andaluso mi ha fatto il più bel regalo che si potesse fare a un bambino: avevo otto anni quando mi ha iniziato a leggere il Don Chisciotte. La lettura si è protratta fino ai 12 anni. La mia vocazione letteraria, o per meglio dire, il mio gusto si è formato lì».

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Non solo Cervantes ma anche Melville, Verne, Hemingway, Salgari e Conrad. Un’educazione sentimentale all’insegna del viaggio e dell’ideale che ha cresciuto un uomo errabondo e combattente, narratore instancabile e infaticabile sognatore: Luis Sepúlveda, scrittore cileno, nato a Ovalle, da nonno anarchico in esilio e padre comunista, cresciuto nella coloratissima Valparaíso è morto di coronavirus il 16 aprile nel vecchio continente, nelle Asturie che da anni erano diventate la sua casa, un secondo Oceano verso cui affacciarsi. Aveva settantanni ed una produzione vastissima e variegata alle spalle, che però, persino in questi giorni di lutto, ha fatto spesso storcere il naso a quei ‘puristi’ della letteratura e a tutti gli amanti di classifiche e scale di valori, come se il fatto di essere comprensibile, popolare e trasversale sia un peccato endemico per cui chieder perdono. Innanzitutto, scomodando due dei più grandi filosofi francesi del XX secolo, ci sarebbe da affermare che «di grande, di rivoluzionario, non c’è che il minore». Ora, senza andare tanto oltre, basta aggiungere che, in compagnia di alcuni colleghi e amici illustri come Julio Cortázar e Gabriel García Marquez, con il suo fare ed il modo di raccontare ha fatto conoscere a un pubblico vastissimo (e di tutte le età!) gli amori e le ombre di un intero continente da lui esplorato in ogni dove.

Luis Sepúlveda è come un donchisciotte, altrettanto fantasioso e molto più impegnato, quasi un personaggio mitico la cui straordinaria biografia, laddove la Storia non interviene in nostro aiuto, ci porta a perderci in terreni in cui il confine tra realtà e finzione non sempre è certo. E questo perché la sua opera sembra attingere direttamente alla sua vita, geneticamente votata alla politica, alla letteratura e al viaggio (come il nonno e il padre insegnano), ed allo stesso tempo la sua vita sembra ispirarsi alla sua eclettica opera, insieme leggera ed impegnatissima. I pochi dati certi della biografia dello scrittore provengono dalle pagine più nere della storia del suo paese natale, da quelle ombre, appunto, marchiate in modo indelebile sulla pelle d’una generazione intera di militanti e intellettuali falcidiata da torture, morti e sparizioni che ancora oggi, in molti casi, non ha trovato giustizia o quiete.

Sappiamo che lo scrittore si iscrisse giovanissimo al Partito Comunista, che nel 1969 vinse un premio letterario che lo avrebbe portato per 5 anni all’Università Lomonosov di Mosca ma che le cose non andarono per il verso programmato per via delle tensioni con il partito – insofferenza che stava maturando già da qualche anno- e che ben presto da quel partito sarebbe stato espulso. Dopo un primo periodo errabondo tornò in patria, studiò teatro e si iscrisse al Partito Socialista guidato da Salvador Allende, entrando a far parte della sua guardia personale, i GAP. A lui restò fedele fino alla fine, fino a quell’11 settembre del 1973 quando i bombardamenti della giunta militare di Pinochet non risparmiarono neanche lo storico palazzo presidenziale della Moneda. «Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!» sono le ultime parole del presidente Allende che rimarranno per sempre in eredità alla storia e che avranno un’eco (forse) inaspettata anche nel nostro continente e nella nostra piccola Italia, come riporta Nanni Moretti nel suo ultimo documentario Santiago, Italia.

Come tutti gli oppositori del neonato regime Sepúlveda e sua moglie, la poetessa Carmen Yáñez, furono imprigionati e torturati. Entrambi riuscirono a evitare la morte. Dopo la liberazione, fortemente voluta dalla comunità intellettuale internazionale, iniziò il suo esilio errante: viaggiò per l’Europa ed in altri paesi dell’America Latina con la volontà di mettere in atto quei principi di internazionalismo su cui si era formato, combattendo per la liberazione di altri popoli e dando voce ad altre cause, come quelle delle popolazioni indigene – il suo stesso cognome tradisce un’origine Mapuche, popolo che lotta ancora oggi contro il disboscamento delle loro foreste e che subisce una vera e propria persecuzione politica – . La sua fiaba Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, di cui ha parlato qualche anno fa al Salone del libro di Torino, omaggia questo importante patrimonio culturale troppo spesso dimenticato, ed il libro che lo portò al successo internazionale nel 1989 Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è il frutto di un lungo periodo passato nella selva amazzonica tra gli indios.

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Dopo i tanti viaggi sempre instancabilmente appuntati su taccuini e taccuini sul finire degli anni Ottanta arrivò anche per il grande nomade il momento di fermarsi, non a caso in uno dei punti più estremi dell’Europa, nel piccolo villaggio spagnolo di Guijòn, celebre per il sidro artigianale e per la corrida, ma soprattutto rigorosamente fronte all’oceano, per non dimenticare quello spirito da viaggiatore scolpito nel suo essere. Qui però non si è fermato nell’attività incessante di scrivere, s’inaugurò anzi la stagione più prolifica della sua carriera, dominata da un’esplorazione senza tregua né remore di molti terreni letterari anche inconsueti, dal noir, al sentimentale a quella letteratura per l’infanzia, ‘minore’ per costituzione, dando vita così a dei personaggi assolutamente indimenticabili.

Oggi che è morto, molti, quasi tutti ad esser sinceri, lo ricordano (merito certamente anche di Enzo D’Alò che nel 1998 ne ha portato sullo schermo un bellissimo adattamento) con l’immagine della gabbianella orfana educata dal grasso gatto nero Zorba.

Strano? Riduttivo omaggiarlo con un semplice libro «per bambini»?

La verità, pure andando a recuperare la sua – bellissima – produzione più impegnata, è che non c’è niente di più romantico, poetico e libero di una gabbianella che vola solcando il mare.