Diabolik, di Mario Bava

La prima versione cinematografica del personaggio, una divertita opera pop dove l’antieroe crea un suo mondo deridendo la narrazione tradizionale.

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Danger diabolik Diabolik Year: 1968 - Italy John Phillip Law, Marisa Mell Director: Mario Bava

Come ogni grosso progetto ispirato a una property esistente, anche il Diabolik baviano ha alle spalle una serie di peripezie e false partenze che da sole già descrivono l’incredibile intreccio di alto e basso che tutta l’operazione riesce ancora oggi a riassumere. Come il fatto che il punto di partenza fosse la voglia del produttore Tonino Cervi di mettere in piedi un progetto più “facile” e remunerativo dopo le risorse investite in capolavori come Deserto rosso. Occasione ghiotta per pensare ancora una volta a come il cinema baviano in fondo si situi nella zona intermedia fra l’alternativa al cinema italiano “istituzionale” e il preciso complemento autoriale dello stesso. In realtà, Bava entra in scena quando l’intera operazione finisce in mano a Dino De Laurentiis, probabilmente anche lui in cerca di un progetto “visibile”, che oggi ci appare come una sorta di prova generale (assieme al coevo Barbarella, girato non a caso back-to-back) delle operazioni che poi lo stesso mogul italiano tenterà a Hollywood, si pensi in particolare a Flash Gordon. E certamente non crea difficoltà pensare che anche all’editore Astorina l’idea dovesse piacere: era in fondo l’occasione ideale per legittimare definitivamente quel personaggio “scomodo”, di grande successo popolare, ma un po’ inviso a chi lamentava la natura “diseducativa” del fumetto “nero”.

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In tutto questo, Bava gioca facilmente la parte dell’incomodo: per lui, abituato alle produzioni indipendenti, lavorare con quel “ministero” che è la De Laurentiis è una novità, il classico momento del salto nel giro grosso, come ancora oggi accade ai piccoli registi chiamati, magari, a girare – guarda un po’ – un cinecomic (nulla si crea e nulla si distrugge…). A tutto questo, però, il regista sanremese risponde con una risata, quella beffarda del ladro che usa il denaro in una maniera che “nessuna mente normale può prevedere”, ovvero sguazzandoci dentro insieme alla sua Eva. A rivederlo oggi, infatti, lo sberleffo di Bava è talmente sfacciato da risultare irresistibile: il suo non è il classico film da culto della personalità in chiave machista (come i film di James Bond cui Diabolik viene spesso accostato in senso diminutivo), ma un divertito gioco della narrazione al contrario, che mentre ossequia i dettami di un filone in divenire, segretamente lo sfrutta per irridere un po’ tutta la baracca.

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Così, se da un lato Diabolik è perfettamente coerente con tutto il movimento pop che nello stesso periodo vede fiorire i vari Kriminal, Modesty Blaise e Barbarella, appunto, dall’altro si accompagna a una consapevolezza derisoria unica, da j’accuse alla narrazione tradizionale all’italiana. Diabolik sbeffeggia le autorità, fa saltare in aria i palazzi dell’economia e della finanza (forse qualcosa in fondo si distrugge…) e ruba ingenti quantità di denaro per giocarci con la sua amata Eva. Diventa insomma a suo modo un emblema di neo romanticismo che è tale proprio perché anticapitalista, sessantottino non solo per l’anno in cui nascita ma per scelta, di controcultura (la scena degli hippie in discoteca) e più vicino alla concretezza del corpo. Quello di Eva Kant/Marisa Mell, ovviamente, glorificato da una macchina da presa che lo celebra, lo sfiora, ne assapora la consistenza, a volte lo punisce (la tortura con la sigaretta da parte del rapitore). In questo senso va inquadrato anche il glamour del lusso e dei gioielli, che diventano semplici monili, esaltati nella finzione plastica del bric-a-brac che Bava inserisce in ogni inquadratura, saturando il quadro e dando vita a un mondo-giocattolo. È il suo universo, ovviamente, lontano dalle logiche della semplice trasposizione e reso attraverso il gioco dei trasparenti incollati all’obiettivo, dei grandangoli esasperati e dei punti di vista “impossibili”, vicini alla materialità “melièsiana” del set.

La scelta in questo caso ha un valore duplice: da un lato, infatti, sembra davvero guardare alla pop art, allo stile di Roy Lichtenstein (la scena dell’identikit) o alle architetture di un Matti Suuronen; dall’altro scompone spesso il quadro usando gli elementi geometrici in modo da restituire l’idea della tavola del fumetto. Diabolik per lui è un vero (anti)eroe – l’unico che nel suo cinema domina totalmente il mondo senza essere schiacciato dai suoi fantasmi – ma anche un mero corpo che agisce per desiderio e senza intercessioni intellettuali: la stessa Eva lo tiene addormentato per venti ore quando non ruba o fa l’amore, in un rapporto sui generi(s) dove entrambi si usano mentre si amano.

Come lo splendido score di Morricone, Diabolik è insomma tanto popolare quanto colto, sperimentale ma immediato. Per lo stesso Bava rappresenta un punto di snodo peculiare di un percorso più divertito, iniziato con Le spie vengono dal semifreddo e che proseguirà in Cinque bambole per la luna d’agosto. Dove l’oggettistica e lo spreco si fanno cifra estetica di un mondo da rifondare. Naturalmente a modo proprio, autoriale ma distante dai percorsi di un cinema italiano “alto” che in fondo nemmeno gli interessa davvero.

Regia: Mario Bava
Interpreti: John Phillip Law, Marisa Mell, Michel Piccoli, Adolfo Celi, Claudio Gora, Terry Thomas, Mario Donen, Renzo Palmer, Caterina Boratto
Durata: 100′
Origine: Italia, Francia, 1968
Genere: azione

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4 (3 voti)
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