Diabolik – Ginko all’attacco!, dei Manetti Bros

Dopo il primo riuscitissimo film, questo sequel riprende e potenzia la volontà di essere un diorama fedelissimo della sua controparte cartacea. Non tutto torna, ma ci sono intuizioni riuscite.

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Rubare due volte ai danni dello stesso malcapitato è indice di temerarietà ladresca o dabbenaggine borsaiola. Fatte le dovute eccezioni, provare ad intortare la vittima in una seconda occasione con le stesse modalità del primo (ottimo) colpo andato a segno è un’operazione che va troppo vicino alla soglia di un rischio difficilmente accettabile da un professionista del crimine. E quando si tratta di Diabolik, il Re del terrore che possiede una caterva di trucchi – parola che ricorre con troppa generosità nel film: era necessario davvero riprendere proprio tutte le ingenuità di linguaggio del fumetto delle sorelle Giussani? – una così perigliosa spregiudicatezza è ancor più difficilmente scusabile. Se tra tutte le attività illegali il furto è quella più vicina al cinema per via della sua natura spettacolare anche la sua messa in scena deve difatti rispondere ai canoni dell’intrattenimento mediale. Che in questo caso non sono quelli serializzati del fumetto o della tv ma quelli ben più rigidi del grande schermo.

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In Diabolik – Ginko all’attacco!, dei Manetti Bros. la prima scena sembra cogliere la necessita di questa variazione all’interno della struttura già fornita così mirabilmente dal primo episodio. L’inafferrabile ladro sta scalando il santuario di Monte Grisa a Trieste, trasformato per l’occasione in Museo, alla ricerca di una corona, come nella tradizione di tanti heist-movie che hanno bisogno di rendere particolarmente visibile la portata del manufatto che richiede un siffatto impegno coreografico. Ci sono tutte quelle azioni caratterizzanti il furto con destrezza del mascherato protagonista: armeggio di porte, lancio del coltello sui corpi dei poveri secondini, taglio delle sbarre della teca in cui è rinchiuso il gioiello. C’è (finalmente) più azione in questo seguito ed anche il successivo parallelismo con 007, esemplificato dalla canzone dei titoli di testa composta da Diodato – che appare pure in scena col Balletto Smeraldo – così sfacciatamente bondiana per modi, esecuzione e tempistica diegetica appare molto pertinente: Diabolik potrebbe essere per il nostro cinema il controcanto oscuro dell’agente segreto al servizio di sua maestà. I Manetti Bros. però dimostrano di ragionare fin troppo a lunga scadenza su questa premessa produttiva lasciando che già il secondo episodio verta sin dal titolo sull’ispettore Ginko. L’idea di adattare una run fumettistica incentrata su un personaggio secondario che, a meno di essere davvero conoscitori del media di partenza, non aveva particolare appeal sul grosso pubblico è indubbiamente coraggiosa e sicuramente doverosa ma arriva fin troppo presto in questa ipotetica saga. In Diabolik. Ginko all’attacco! c’era innanzitutto l’esigenza di abituare il pubblico al cambio attoriale perché se è vero che da un parte Giacomo Giannotti è più aderente al modello originale – di nuovo: il cinema deve mummificare quell’immaginario o re-interpetrarlo? – dall’altra non si può nascondere che Marinelli conferiva ben altra fisicità ed inquietudine ad un personaggio a forte rischio “fotoromanzo”: la fuga dai poliziotti come se fosse un’aurorale sessione di jogging, il contrasto con Eva Kant causato da una certa voglia femminile di leggerezza, le interiezioni da sceneggiato Rai degli anni Cinquanta.

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Questo sequel riprende e potenzia la volontà di essere un diorama fedelissimo della sua controparte cartacea attraverso una stilizzazione molto riuscita dal punto di vista fotografico e scenografico che ha il merito di diminuire i vezzosi split-screen del primo film a fronte però di un irrobustimento musicale che non lascia quasi mai le scene senza una didascalia groove che ne sottolinei l’ambientazione Sixties o la sottile carica parodistica. Proprio da questo punto di vista l’omaggio passa dalla deferenza del capostipite alla parziale personalizzazione, come ad esempio avviene per la connotazione nominale di alcuni personaggi minori della francofona e fittizia polizia di Clerville che vanno dall’estremo calcistico rappresentato dall’appuntato Zeman (!) a quello letterario rintracciabile nell’ufficiale Ballard. In un film che comunque si mantiene sempre deferente verso gli albi delle sorelle Giussani il ripensamento più beffardo operato dai Manetti Bros. è quello che vede l’entrata in scena di Altea, duchessa di Vallenberg interpretata da Monica Bellucci. Qui i due registi abbandonano la (noiosa) seriosità tenuta fin lì e tornano consapevolmente, come fatto spesso nella loro filmografia, a giocare col trash applicando sul viso della diva umbra un improponibile filtro Instagram che ne cancella le rughe e dona alla sua pelle una luminosità da poppante. Come se fosse un retino da fumetto affidato ad un collaboratore inesperto, i due registi vogliono ricondurre al cinema anche le pratiche più deleterie del collega mediale applicando nella maniera più sciatta possibile uno dei suoi più abusati stratagemmi seriali. È sembrato questo il colpo più riuscito di Diabolik.

 

Regia: Manetti Bros.
Interpreti: Giacomo Gianniotti, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Monica Bellucci, Alessio Lapice, Linda Caridi, Pier Giorgio Bellocchio, Ester Pantano, Andrea Roncato, Amanda Campana, Urbano Barberini
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 111′
Origine: Italia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
Sending
Il voto dei lettori
2.7 (10 voti)
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