DIALOGHI MANCATI

Il grande sognoMi andrebbe di scrivere direttamente on-line e non attraverso l’intercessione – che ora mi sembra meccanica e statica – della pagina word. Così come preferisco vedere un film che sta passando in quel momento lì in tv e non un dvd noleggiato (ah, questo proprio no!) o comprato. Un blog me lo immagino dinamico e scorretto, ricco di fallimenti e di scorie, per niente compatto o lineare – come sono in genere i dialoghi del cinema italiano: compatti, con un inizio e una fine, precisi. Invece fate questo gioco: oscurando l’immagine, ascoltate l’audio di un buon film (o, meglio ancora, di un telefilm) americano. In genere è già quella una buona lezione di scrittura creativa: vi fa capire quanto un dialogo debba essere disarmonico, casuale, incolto, tagliato male. Lì capite che il dialogo non è altro che l’ennesimo trasmettitore di sensi – uguale ai corpi degli attori, ai movimenti di macchina, ai colori, ai rumori. Il dialogo concorre a disegnare i personaggi, a dare il senso dinamico di una scena, a rendere compatto il flusso che noi percepiamo. Un dialogo americano è una cosa del genere: – Ah… – In qualche modo far… – Aspetta. Tieni qua. – Lascia. – Ma quante volte ti devo dire… Questo è un dialogo. Senza immagini non significa nulla. In genere è così. Uno italiano è scritto in questo modo: – Allora, hai deciso a quale facoltà iscriverti? – Penso d’iscrivermi a legge? – Bravo. E’ un’ottima idea. E tuo padre che ne pensa? – Lui avrebbe voluto che facessi ingegneria, come lui. – Lo capisco. E così avanti, fino al momento in cui i due non si salutano e ognuno se ne va a casa sua. Non sempre è così, certo. C’è anche un cinema italiano buono, capace di mettere assieme idee e sentimenti, corpi e anime. Michele Placido è un bell’esempio. Anche quest’ultimo suo film (Il grande sogno) mi pare che funzioni magnificamente. Continuo a preferire Romanzo criminale ma solo perché là indica, determinato com’è, come si potrebbe muovere il nostro cinema per tornare a essere un prodotto vendibile a livello internazionale – mi pare che uno dei nodi sia questo, no? Insomma, una sana questione di mercato. Quando penso al “mercato” mi viene sempre in mente la prima scena di Manhattan di Woody Allen, con lui che sta iniziando a scrivere un libro (sentiamo solo la sua voce mentre scorrono le immagini di New York) e a un certo punto lui dice, insoddisfatto di quanto aveva fino a quel punto scritto, “Andiamo, questo libro lo debbo pur vendere…”. Mi è sembrata una buona battuta. Un promemoria utile a ricordarci che anche i film vanno venduti. Che non si fanno film per “guadagnarci” ma per venderli. E’ un pensiero un po’ da mercanti – ma io vengo da una famiglia di commercianti (poi andati in rovina, giuro). Ok, la smetto con queste massime. Vi lascio pensarvi addosso (se c’è qualcuno che mi legge). A presto.

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