Diamant brut, di Agathe Riedinger

Un esordio che racconta il nuovo orizzonte dei desideri tracciato dai reality e dai social. Sa aprirsi a squarci lirici ma la materia è troppo densa per una forma troppo leggera. CANNES77. Concorso.

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In linea generale, quella di Diamant brut è la storia di una ragazza che sogna un riscatto sociale, per liberarsi dallo “squallore” del quotidiano. Agathe Riedinger, al suo primo lungometraggio, riprende un personaggio già delineato in un corto precedente, J’attends Jupiter. E racconta di Liane, diciannove anni, una famiglia incasinata e una vita senza nessuna prospettiva concreta nella periferia di Fréjus. Ma Liane vive nell’ossessione della “bellezza”, rubacchia nei negozi di vestiti e nelle profumerie, è completamente concentrata sull’aspetto e sul look. E passa il suo tempo sui social, a postare video e contare le reazioni dei followers. La sua ambizione è di farsi notare in un reality show, dove poter finalmente “essere sé stessa”. E da lì, la strada miracolosa della popolarità, una carriera da influencer, il successo. “La bellezza è potere e il potere vuol dire soldi”: questo è il credo di Liane, che sembra ben determinata a dare una svolta alla sua vita. A tutti i costi? È questa la domanda fondamentale. Perché, al di là del cattivo gusto dei vestiti troppo appariscenti, del trucco pesante, dei seni gonfi, dei culi rifatti, si avverte una fragilità piena di rabbia e quasi disperata. Il peso di un assurdo obbligo sociale alla bellezza. E, ancor più, il desiderio di preservare, nonostante tutto, una forma di dignità e purezza.

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Ecco, può apparire più che scontato il discorso sull’asfissia e sulla desolazione del nuovo orizzonte dei desideri, tracciato dalla tv reality, dai social e dalla rete. Agathe Riedinger ne è consapevole. E per questo decide di restituire anche la fascinazione della superficie e di muoversi nella complessità delle contraddizioni. Diamant brut oscilla continuamente tra il “basso” e “alto”. Da una parte il circo dei reality show e il tritacarne dei social media e dall’altra il ricorso a un registro che evoca una dimensione religiosa, una lingua che parla continuamente di fede, salvezza, di apparizioni angeliche, miracoli, di devozioni a San Giuseppe. Non è un caso che il “paradiso sognato” non venga mai mostrato. È solo una voce fuori campo, quella della responsabile dei casting, è il richiamo di un altro mondo… E così le canzoni hip hop, la disco e il twerking si accavallano alle note di una colonna sonora che sembra guardare alla musica sacra. Mentre le miserie della periferia si aprono a squarci di luce improvvisa, a momenti che restituiscono una visione diversa. C’è un momento, in particolare, in cui il film sembra entrare in un’altra dimensione. Quando Liane accompagna Dino, il ragazzo che si è innamorato di lei, in una villa signorile. Si aggira tra i giardini e i cortili, tra statue, piante, fiori, e si ritrova a spiare di nascosto un set fotografico di alta moda, lontano mille miglia dalle immagini a cui è abituata lei. È un un contrasto stridente, che però assomiglia al movimento inconscio del desiderio, a un sogno a occhi aperti.

È nella fusione di questi elementi contrastanti il motivo più interessante di Diamant brut. Che in gran parte insiste sui codici ben risaputi di un realismo caricato sul corpo, da pedinare e da inseguire, della protagonista Malou Khebizi. Eppure, a tratti, sa aprirsi a squarci lirici. Certo, il rischio è di rimanere invischiati nell’ambiguità del discorso. Lo sguardo di Agathe Riedinger sembra confondersi più volte con quello della sua protagonista. Anche per un moto di protezione. Ma ancor più si avverte la fatica di metter ordine tra le tracce, le suggestioni, le idee. Come se si percepisse una materia troppo densa per una forma troppo “leggera”.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
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