"Diana – La storia segreta di Lady D.", di Oliver Hirschbiegel

Diana
Diana di Oliver Hirschbiegel è, da qualsiasi parte la si voglia guardare, un’opera profondamente sbagliata. Non solo la pellicola si ostina ottusamente ad essere uno scadente mèlo alla Notting Hill ma, soprattutto, prende un'icona amatissima, dal potenziale cinematografico illimitato. E la mostra come una donna svampita, ingenua fino alla stupida, con atteggiamenti da stalker. Tutto ciò è irritante e moralmente sgradevole.
 

 

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DianaL’hanno uccisa un’altra volta”. Sono queste le parole con le quali  il prestigioso The Guardian ha liquidato Diana – La storia segreta di Lady D, l’atteso biopic sulla principessa del Galles. Sorvolando sull’iperbole giornalistica (che tanto scalpore ha suscitato), non si può negare che il film di Oliver Hirschbiegel sia, da qualsiasi parte lo si voglia guardare, un’opera  profondamente sbagliata.

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Limitandoci a considerarlo solo una pellicola, Diana è un prodotto che non funziona. Hirschbiegel prova in modo ostinato e quasi commovente a fare il film suo, a dargli la propria impronta. Ciò significa che il suo sguardo entra prepotentemente in ogni inquadratura con piani-sequenza, movimenti di cinepresa, dettagli e montaggi invadenti. Il regista non ci sta a lasciare la vicenda svolgersi davanti i suoi occhi, piuttosto prova in ogni scena a entrare, a mettersi davanti a Naomi Watts/Diana per dimostrare di essere lui la vera star del film. Forse se avesse avuto tra le mani uno script intelligente, all'altezza della situazione, questo bisogno di apparire sarebbe stato limitato. Purtroppo la sceneggiatura di Stephen Jeffreys (già autore di The Libertine) non è mai all’altezza della situazione. Pur avendo in sé i semi di vie di fuga narrative e concettuali interessanti (la dicotomia schizofrenica tra immagine pubblica e vita privata, il rapporto quasi da slasher movie con i paparazzi) il film sceglie ottusamente di essere un triste mèlo interrazziale alla Notting Hill, dove la diva vive una storia d’amore impossibile con un comune mortale (in questo caso un chirurgo pachistano interpretato da Naveem Andrews). Ed è proprio per questa scelta che Diana diventa un’operazione irritante e sgradevole.

Diana Spencer, la regina dei cuori inglesi, un’icona dal potenziale cinematografico illimitato (si pensi a che forza abbia in The Queen di Frears solo evocata da immagini di repertorio), è qui rappresentata come una donna svampita, ingenua al limite della stupidità, in alcune scene addirittura come una stalker (una rappresentazione immorale se si pensa anche alle circostanze in cui è avvenuto il suo decesso). Non ce ne voglia Naomi Watts, splendida come sempre, salita su questo progetto perché attratta da quello che, sulla carta, sarebbe stato il ruolo di una carriera, ma Diana è un film che non possiamo e non vogliamo difendere. Anche pensando al suo materiale d’origine, un libretto scandalistico basato su pettegolezzi, storie inventate e congiunture, il film di Hirschbiegel, se ci passate il paragone, è il corrispettivo cinematografico di quei talk show pomeridiani in cui il mitomane di turno rivela, a favore della telecamera, i propri legami sentimentali segreti con qualche vip passato a miglior vita. Una pellicola degna di Barbara D’Urso.

Titolo originale: id.

Regia: Olivier Hischbiegel

Interpreti: Naomi Watts, Naveen Andrews, Douglas Hodge, Geraldine James, Daniel Pirrie
Origine: Gran Bretagna, 2013
Distribuzione: Bim
Durata: 113'

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    4 commenti

    • Per quanto mi riguarda era già fallimentare sulla carta l'idea di dedicare un film a Diana, personaggio anodino dalla popolarità inspiegabile al quale, col dovuto rispetto, è già stata dedicata fin troppa attenzione.

    • non capisco molto l'italiano della presentazione e dell'articolo: 'ingenua fino alla stupida' , e i punti messi a caso. C'è anche un 'non c'è ne voglia Naomi Watts' inquietante. (A parte i dubbi sull'affermazione 'triste melò interrazziale (??) alla Notting Hill' (era interrazziale Notting Hill? triste? scadente mélo?). Sarà anche degna di Barbara D'Urso la pellicola, ma una riletturina all'articolo nel suo insieme, fossi Luca Marchetti, la ridarei. se no, perché scrivere? (e perché leggere da parte mia, salterei più facilmente a piè pari l'intero sito, rifacendomi gli occhi su un'antica foto anniottanta (apparsa su playmen di allora) di barbara d'urso lì bellissima)

    • eppure "anodino" nel suo etimo vuol dire "senza dolore" ("che non dà, ovvero che toglie o mitiga dolore, detto di medicamenti", slittante nel passivo di "sedato","chi per inerzia non si esprime in maniera netta" quindi "privo di carattere") il che suona ironicamente "preciso" (richiamo della parola al dolore) se pensiamo alla morte (o alla vita? alla vitamorte.. alla morteinvita) di Diana(…) (ma: c'è un passo di Savinio nella Nuova Enciclopedia che dice: "la scoperta etimologica ci dà l'impressione (o l'illusione) di toccare con mano la Verità. (…)Ma è sentimento giovanile e chiuso entro i limiti dell'adolescenza. (…)Superati questi limiti, il significato primitivo delle parole non ci sorprende più, non ci rapisce più, e saggiamente noi ci atteniamo al loro significato usuale, che talvolta è lontanissimo da quello originale").

    • La grandezza di un webmagazine è quando la qualità dei commenti diventa superiore a quella degli articoli. Qui il recensore ha visibilmente sbracato, scusate il termine, imitando probabilmente lo stile del film. Non ci avevate insegnato che i testi dovevano essere persino migliori dei film (lo dico da vecchia ex allieva dei vostri corsi…) di cui si parlava?