Diario di un maestro, di Vittorio De Seta

Nel dibattito tra verità del cinema (a ventiquattro fotogrammi al secondo?) e verità nel cinema, gli anni settanta costituiscono sicuramente una sintesi straordinaria. Da una parte una ricerca incessante di una sorta di messa in scena della realtà e dall’altra la ricerca che si gettava a capofitto dentro una combinazione sociale fatta di contestazione giovanile e di contestazione tout court da parte di sperimentatori veri e meno veri.

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Tra quelli veri, autentici rivoltosi dell’immagine, uno per tutti è stato Alberto Grifi. Autore di un cinema che senza mettere in scena la strada, metteva in scena l’analisi, facendosi pratica contestazione contro ogni canone narrativo e concettuale.
In questo spazio che in verità diventa ampio e praticabile sotto molti profili, si inserisce il lavoro di ricerca di Vittorio De Seta.
È un autore in fondo non troppo conosciuto, un non allineato, un solitario e già la sua residenza calabrese, lontano da ogni clamore e la coltivazione degli ulivi degli ultimi anni costituisce la dimostrazione della lontananza che voleva mettere tra la sua vita e il cinema, tra il cinema e le cose del mondo. Un autore che non aveva, in altre parole, il bisogno di chiudere un film dopo l’altro, di consegnare alla storia una filmografia infinita. Il suo cinema nasceva sempre da una esigenza non commerciale tanto il lavorava su una assoluta indipendenza, così come indipendenti erano i suoi soggetti sempre senza eccessi in quel cinema che significava sempre professare una visione del mondo.
Nel 1973, con la produzione della RAI dell’epoca, Vittorio De Seta avrebbe realizzato Diario di un maestro tratto dal libro di Albino Bernardini, Un anno a Pietralata.
Quello che, ad una prima analisi, è evidente nell’operazione di De Seta, che senza Bruno Cirino forse non avrebbe avuto lo stesso fascino, è la sua naturale polisemia, una questione che riguarda sicuramente la forza espressiva dell’opera, ma anche il suo valore di testimonianza di un’epoca, sia sul versante della sperimentazione per quello che appartiene alla creatività del suo autore, sotto un profilo più strettamente legato alla politica produttiva, per quello che riguarda la RAI. Il che non è poco tenuta presente la tradizione dichiaratamente nazional-popolare della RAI di quegli anni, caratteristica che incideva non solo sulla resa finale dei prodotti di spettacolo, ma che si rifletteva su una informazione ingessata dalle caratteristiche di una intoccabile ufficialità (la battuta: è vero perché lo ha detto la televisione, nasceva in quegli anni). Tutto vero, sicuramente, ma oggi, a volte, con tutti quei limiti, come non rimpiangere quella (nonostante tutto) sorprendente televisione che perfino nello spettacolo trovava un’eleganza e una sobrietà oggi perdute per sempre.
Per queste ragioni la produzione di un lavoro complesso e rischioso come Diario di un maestro, non nasceva solo da una evidente disponibilità, ma da una esigenza e una attenzione che sottende a quella funzione primaria che la RAI di quei tempi aveva come sua precisa missione. È un tema che riporta in discussione il concetto di divulgazione e di stimolo alla cultura, mai disconnesso da una necessaria efficacia spettacolare che, a sua volta, trova connessione nello scopo di svago che l’evento televisivo deve necessariamente conservare. Diario di un maestro era certamente una sfida, un evento che rompeva le coordinate del sapere scientifico, ma anche quelle di una precisa sua catalogazione all’interno della casistica televisiva di quegli anni.
Trasmesso in quattro puntate, nel 1973 su quello che all’epoca era il Programma Nazionale (oggi Rai1), il che era già una conquista e un rischio, racconta i pochi mesi del maestro Bruno D’Angelo in una scuola dell’estrema periferia romana, tra abbandono scolastico e povertà, tra disinteresse per l’apprendimento e la voluta distrazione familiare che impone la regola del lavoro (minorile), piuttosto che quella dello studio. Il maestro D’Angelo, al suo primo incarico, lotta contro tutto questo, ma anche con la rigida disciplina didattica fatta di un inutile nozionismo che poco si raccorda con le esigenze dei ragazzi, con le loro vite difficili. Il maestro opera nel senso inverso e la sua didattica prova a dare risposte alle domande dei giovani allievi, prova a fare toccare con le loro stesse mani, la storia e la matematica, la geografia e l’attualità. Il suo è un metodo induttivo con il quale prova a fare risaltare la necessità dell’insegnamento e soprattutto quella dell’apprendimento quali elementi essenziali della vita quotidiana di ciascuno. Ma soprattutto il maestro prova, con cautela, ad entrare nelle vite di ciascuno di loro, sperimentando i rapporti e riconoscendone i bisogni, le debolezze, attraverso le discrete relazioni che riesce ad instaurare con le famiglie vittime, anch’esse, di un colpevole abbandono e di una altrettanto odiosa ghettizzazione.
Vittorio De Seta con assoluto rigore fonda il racconto su queste coordinate, senza mai pigiare più di tanto il pedale di un’accelerazione politica del proprio lavoro e lavorando anch’egli per induzione, portando lo spettatore alle conclusioni, senza ingannarlo, ma con la credibilità delle sue immagini. La forza e l’effetto di questo lungo racconto sta tutto in questa forza espressiva delle immagini, nei primi piani insistiti, nei movimenti di macchina dentro la classe che sembrano abbracciare lo spazio, in una scrittura dei dialoghi esemplare, mai ridondante, vera, autenticamente calata nella realtà descritta. L’uso del romanesco, l’invenzione dei ragazzi, la loro disarmante ingenuità, ma anche il loro sfrontato atteggiamento, ma sempre rispettoso dell’insegnate come esponente di una riconosciuta autorità. Tutto assume le vesti del vero, non del rappresentato, non di ciò che è messo in scena, ma della scena vera che si fa racconto. De Seta con Diario di un maestro reinventa la televisione, lavorando attorno ad un’ipotesi che ancora, all’epoca, non era stata sperimentata. Una novità assoluta che non ha trovato negli anni successivi alcun autore che abbia raccolto quella cospicua eredità per trasformare il senso del racconto, le finalità del mezzo televisivo e del cinema. Una eredità che aveva saputo trarre dal vero un racconto che non è sceneggiato, non è fiction, non è cinema verità, non è neorealismo, non è cinema di poesia nella accezione pasoliniana, è una cosa ancora differente che assume le forme di un corpo organico che sembra respirare al ritmo della vita che accelera e rallenta. Il lavoro di De Seta si fa ricco di questa naturale affabulazione, diventando vita stessa, umanamente commovente nella sua esposizione dei sentimenti, limpidamente politico nella affermazione di una nuova prospettiva che avrebbe dovuto guidare i percorsi scolastici. Diario di un maestro diventa il frutto di una convergenza di fenomeni, di una ricchezza messa a dimora vari anni prima e il film si muove in quell’area che da Pasolini al cinema di Olmi, alla documentaristica civile e a certo lavoro di Comencini, ha segnato lo sguardo sociale che ha arricchito il nostro patrimonio cinematografico. È anche vero che la grandezza autoriale che De Seta ha saputo dimostrare è quella di avere metabolizzato queste tracce, facendole proprie per la nascita di un prodotto originale che pur con i tratti di questi illustri precedenti, diventa un’altra cosa che ci assomiglia, ma non ne costituisce né la copia, né l’epigono risultato di quelle elaborazioni. In altre parole, oggi ci stupiamo di quel cinema che riflette lucidamente sulla scuola, sui suoi disagi alle prese con le integrazioni culturali ed etniche, ma forse non sappiamo di avere un patrimonio dimenticato al quale attingere che molti anni fa ci ha raccontato altrettanto lucidamente quei disagi e suggerito un metodo, inventando un percorso nuovo.
Diario di un maestro è anche il segno politico di un’esigenza narrativa che scaturiva da un imprescindibile ’68 di cui quest’anno si celebra il cinquantenario.
Oggi Diario di un maestro che sarà possibile rivedere nella versione più breve di 135 minuti, conserva il suo fascino e non risente dei suoi quasi cinquant’anni e in un’epoca in cui la scuola è al centro di una decadenza da più parti lamentata, cui non fanno alcun effetto i pannicelli caldi di varie amministrazioni ministeriali che in questi anni hanno inabissato il senso di collettività, di comunanza, di solidarietà e di riferimenti culturali, il film di De Seta dovrebbe esser distribuito gratis nelle scuole e visto da insegnanti e alunni, dirigenti e ministri. Oggi che la rivolta degli studenti si manifesta spesso nell’arroganza dei comportamenti, bisogna chiedersi se ciò, per caso accada perché dietro la scuola non c’è un’idea, ma solo il perseguimento di un programma buono sulla carta, ma inefficace nelle soluzioni. È necessario, suggerisce De Seta, avere un’idea, un progetto, inventare i percorsi, esaltare la necessità della cultura ed è per questo che il suo film assolve a quel compito intimamente e segretamente didattico, per tutti, che forse resta davvero il suo fine ultimo e costituisce la sua naturale rivoluzione; quella che il maestro D’Angelo, un sensibile e amichevole Bruno Cirino prematuramente scomparso nel 1981, ha compiuto nella difficile realtà del Tiburtino terzo, della Torraccia e di Pietralata in quel ’68 così lungo che non sembra ancora finito se quelle immagini trasmettono ancora il senso di uno smarrimento e di una volontà sempre viva di cambiamento.

Regia: Vittorio De Seta
Interpreti: Bruno Cirino, Mico Cundari, Marisa Fabbri, Tullio Altamura, Filippo De Gara
Durata: versione per la TV 290’, per le sale 135’

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Origine: Italia, 1973

Genere: Drammatico