"DIE HARD Un buon giorno per morire", di John Moore

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Questo quinto episodio di una delle più longeve serie cinematografiche, sembra essere al contempo il più ossequioso e devoto allo “spirito” del Die Hard del 1988 (quello che in Italia uscì come Trappola di Cristallo, per far pensare agli spettatori al film L’inferno di cristallo), ma nello stesso tempo, forse, è anche quello che, inevitabilmente, ne sembra segnare l’allontanamento definitivo.

Il John McLane della serie è sempre alle prese con problematiche familiari, con moglie o figlie in pericolo da salvare. Qui invece è il figlio, con il quale Mc Lane non parla da tempo, e sceglie un momentaccio per farlo: il ragazzo è un agente CIA impegnato in una difficile missione in Russia. John arriva per parlare con il suo John jr (lo scopriremo dopo che si chiama così, perché per tutto il tempo si rivolgerà al padre chiamandolo John), proprio nel momento in cui il ragazzo è impegnato una delle scene di inseguimento più clamorose e catastrofiche viste al cinema negli ultimi decenni (“Abbiamo passato 82 giorni a girare questa scena – sulle autostrade, in vicoli stretti e sui ponti – distruggendo decine di macchine di prestigio”, ha raccontato il regista John Moore. “E’ stato qualcosa di epico”.)

 

Da qui Mc Lane si ritrova dentro un esplosivo e velocissimo action movie, proprio quelli che hanno avuto nel 1988 in Die Hard un magnifico prototipo di cinema “cibernetico post-videoclips”. Ma se Moore rende omaggio stilisticamente al modello originale, “Poteva capitare tranquillamente di passare 12 ore di lavoro per girare un’inquadratura che sullo schermo sarebbe durata tre secondi, ma non c’era nessun altro modo”, dice Moore. “E’ cinema analogico, noi cerchiamo di fare tutto in maniera concreta e utilizzare gli effetti visivi soltanto per migliorare gli sfondi”, contemporaneamente la storia gioca sul rapporto padre/figlio attraverso battute e situazioni ironiche e paradossali, più vicine al post-cinema di questi anni che all’antieroe capitato per caso in una situazione eccezionale, ma con un conflitto personale da risolvere, tipica delle sceneggiature americane. Qui il conflitto è un gioco, quasi un videogioco, e Willis vola sopra le righe per tutta la durata del film, che non ha più nulla dell’umanizzazione del personaggio degli anni Ottanta, e tantomeno quella sottile ma evidente critica alle istituzioni che il primo Die Hard si portava dentro (militari, finanziarie, ecc..).

 

Questo Die Hard 2013 vanta sicuramente un ritmo, un lavoro martellante sul sonoro e di stuntman ed effetti visivi “sul campo” come non se ne vedevano da tempi, ma è anche un peccato che un’intuizione come quella di mandare gli “eroi della Guerra Fredda” dentro la centrale esplosa negli anni ottanta di Cernobyl, non sia supportata da una storia che ne sappia trarre conseguenze simboliche sul cambiamento dell’immaginario collettivo. L’ex centrale nucleare, già protagonista di horror recentemente, poteva assurgere a un ruolo di contenitore misterioso delle paure di un secolo (il XX), rilanciate nel nuovo. Ma per Moore e compagni è solo un magnifico set dove divertirsi con il loro magnifico cinema giocattolo, far esplodere tutto e… arrivederci al 6 episodio!

 

 

Titolo originale: A Good Day to Die Hard

Regia: John Moore


Interpreti: Bruce Willis, Jai Courtney, Mary Elizabeth Winstead, Cole Hauser, Amaury Noalsco
Origine: Usa 2013
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 97'