"Dillo con parole mie", di Daniele Luchetti

Lo sguardo di Luchetti non riesce mai a restituirci la vitalità dei corpi che pure mette in campo proprio perchè invece di affidarsi al potere rigenerante della visione chiude precipitosamente ogni possibile sviluppo, immobilizza ogni spinta, e si concentra a racchiudere l'esito del suo cinema in una sorta di sguardo da camera

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SCRIVERE PER LA TV: il workshop sulla sceneggiatura per la serialità


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Torna sui luoghi deputati del cinema dei Vanzina l'ultima opera di Luchetti, sul mare, sulla spiaggia, e sull'adolescenza inquieta dei quindici anni. Si tratta però di una sovrapposizione teorica che dura molto poco. In Sapore di mare c'era ancora un cinema da mettere in campo (proprio quello che cercava di rompere certi schemi logori della commedia all'italiana per re-inventarsi traiettorie temporali affioranti come increspature nostalgiche), mentre qui si tratta di affidarsi interamente al testo (a cura dello stesso Lucchetti e Ivan Cotroneo), con una serie ininterrotta di indugi sul copione, affidata a battute, risolta abdicando interamente ad ogni tipo di cinema. Luchetti segue la sua protagonista di quindici anni al mare, in vacanza con la zia, tra i mille corteggiamenti del caso e la precisa volontà di perdere in qualche modo la verginità. Ancora luoghi tipicamente estivi dunque (la topologia vanziniana continua ad essere saccheggiata), e lo sguardo di Luchetti che non riesce mai a restituirci la vitalità dei corpi che pure mette in campo (da quello vivace della protagonista Megghy, a quello della apparentemente seriosa zia Stefania), proprio perchè invece di affidarsi al potere rigenerante della visione, sotto forma di set sia pur esplorato tante altre volte (si tratta della Grecia), chiude precipitosamente ogni possibile sviluppo, immobilizza ogni spinta, e si concentra a racchiudere l'esito del suo cinema in una sorta di sguardo da camera, incorniciato da campi/controcampi che vorrebbero quasi fare il verso ai leggerissimi e sublimi racconti di Rohmer. Non è un caso infatti che gli snodi che punteggiano il racconto (si tratta di vere e proprie tappe discorsive che si impongono non tanto come essenza in movimento, ma più che altro come rimaneggiamento di una casistica tipologica ormai obsoleta, basti osservare come Lucchetti più che raccontare, serializzi) siano più che altro dei momenti quasi obbligati, rispondenti ad una logica asfittica che dinamita ogni orizzonte spaziale/immaginativo per affondare nella retorica del vaudeville teatraleggiante, scandito da musiche per certi versi generazionali (si passa dai Village People, a Mina). Anche queste ultime non si impongono mai come elemento in più della narrazione (in questo senso basti vedere quello che hanno fatto i Vanzina anche solo con una delle loro opere più belle, Il cielo in una stanza), ma soltanto come orpelli svuotati di senso, decorazioni inerti gettate in pasto ad un racconto senz'anima.


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TRIESTE SCIENCE+FICTION FESTIVAL


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Regia: Daniele Luchetti
Sceneggiatura: Ivan Cotroneo, Daniele Luchetti, Stefania Montorsi
Fotografia: Paolo Carnera
Musiche: Gianfranco Salvatore
Montaggio: Angelo Nicolini
Scenografia: Giancarlo Basili
Costumi: Gaia Calderone, Maria Pia Barbera
Interpreti: Stefania Montorsi (Stefania), Giampaolo Morelli (Andrea), Martina Merlino (Megghy). Marco Piras, Alberto Cucca
Produzione: Conchita Airoldi per Studio Canal Urbania S.R.L
Distribuzione: Medusa
Durata: 108'
Origine: Italia, 2003

 

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UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

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