Blog DIGIMON(DI) – Disconnessi

Ho trovato un articolo, un racconto, che in forma dinamica, brillante e narrativa, sembra proprio raccontare il mondo di cui parlo in questo blog.

Ve lo ripubblico integralmente, è davvero incantevole.

 

 

 

 

 

Only Disconnect

di Gary Shteyngart

A partire dall’anno fiscale 2008, sono permanentemente attaccato al mio iTelefono. Da due settimane twitto su Facebook. Ogni volta che invio un nuovo post, che do un colpetto allo schermo, trascino e clicco, sento che sto diventando un uomo diverso – solitario, dove una volta ero gregario; un fornitore di contenuti quando prima mi consideravo un artista; nervoso e costantemente aggiornato, mentre prima conoscevo il mondo attraverso gli occhi assonnati e socchiusi; attento al dettaglio e produttivo, quando prima vedevo la vita scorrermi davanti come un favoloso documentario. E, sempre più, irrimediabilmente, divento estraneo ai libri, al testo lungo, al piacere di abbandonare me stesso per abitare la coscienza fluttuante di un altro. Ogni anno che passa, secondo alcuni studiosi, perdo tra il 6 e l’8 per cento della mia umanità, ed entro la fine di questo decennio si sarà in grado di quantificare la mia personalità. Entro il primo trimestre del 2020 si sarà in grado di capire chi sono attraverso una serie di misurazioni semplici come quelle utilizzate per misurare l’accelerazione dell’ultimo  modello Audi o la molla dell’ultimo modello di tostapane.

“Questo qui”, ha detto il ventenne glam-nerd dell’Apple Store che mi ha venduto il mio ultimo iPhone “è l’acquisto più importante della sua vita.” Mi ha guardato cercando di valutare se avessi registrato la sacralità del momento in cui mi passava l’ostia con le due mani, ferme e immacolate. ”Veramente?” Ho detto sforzandomi di sembrare un adolescente, cercando di imitare ciò che tutti questi gadget e social media cercano di restituirci, cioè la sensazione della giovinezza e del controllo.

“Veramente”, ha detto. E aveva ragione. E’ bastato tirar fuori dalla scatola quell’apparecchio e il mio mondo è cambiato. La prima cosa che è successa, quando sono uscito dal mio appartamento strapieno di libri, è che è sparita New York. Puf! La città che avevo cercato di fissare sulla pagina in tre romanzi più quelli ancora da scrivere, l’abitudine schifosamente antiquata e boulevardier di registrare i cambiamenti sociali attraverso il prisma di asfalto grigio  dell’occhio di Manhattan, osservando il modo in cui gli abiti fasciano le gambe in questa stagione, con i sederi che diventano sempre più piccoli sopra la 59a Strada e più grandi a est della Bowery, e il vociare urbano un po’ meno albanese in quell’angolo e un po’ più fujianese in quell’altro – Tutto finito. Ora c’è una freccia che disegna un percorso sul mio schermo colorato. Il taco che mi fa gola si trova a 2,1 chilometri di distanza: 32 minuti di camminata o 14 minuti, se riesco a prendere il treno della linea F. Seguo la freccia in direzione taco,  fissando il mio iPhone come una volta guardavo l’umanità, con interesse e curiosità. Nel mio stato di tecnotrance quasi travolgo bambini e anziani, anche quando lo strano immaginario e l’ancora più strana realtà di New York tentano di riaffermarsi con l’apparizione di un vecchio che indossa una sporca guayabera, ed è orgogliosamente intento a defecare in pubblico. Ma scusa, viejo, non sei abbastanza globalizzato per guadagnarti la mia attenzione. ”Migliaia di uzbeki in fuga dalle violenze in Kirghizistan”. “Gary, che cosa vogliamo fare per i diritti dei turchi?” “G ho letto pzz M.I.A. + patat frtt tartuf = 1 bufala?”.  Devo ancora mangiare e, quando finalmente arrivo a destinazione, quel taco ha proprio il sapore che aveva detto il mio iPhone. Ma non pranzo da solo. Lo smartphone, il mio compagno segreto, è nella mia mano. Mentre la salsa piccante mi cola lungo il mento, non vedo più il ristorante, la gente, l’attività intorno a me:  premo il pollice sui quadranti giusti dello schermo per raccontare a tutti quanto è buono questo taco, mentre “Le autorità del Kirghizistan ordinano agli uzbeki di rimuovere le barriere”, “Un terzo giornalista filippino viene ucciso”, e, laggiù, “In Eritrea, i giovani sognano di andarsene”.

Anch’io sogno di andarmene. Con il portabagagli pieno di libri, sono diretto a Nord dello Stato di New York, in estate. Passando davanti a Roosevelt Island spazzata da un temporale, mi risveglio dallo stato technotrance e mi ricordo chi sono, i 37 anni analogici che ci sono voluti per creare questo particolare essere umano. In vacanza coltiverò la mia vocazione di romanziere divorando i classici russi che mi hanno ispirato. Leggerò dei rigidi e implacabili inverni di Mosca e Pietroburgo, mentre le formiche estive mi si arrampicano su per gli stinchi. Nel frattempo, comincerò anche a pensare al mio prossimo libro, che arriverà nei prossimi cinque anni e se mi va bene sarà ancora di quelli letti sulla carta da esseri umani in carne e ossa.  Nella mia ricerca di tranquillità, ho un alleato sorprendente. Per quanto mi riguarda, American Telephone & Telegraph ha fatto per l’arte della lettura e dell’introspezione più di tutti i Kindle mai inventati. Perché nel tripudio di vegetazione estiva della valle centrale dell’Hudson, cercare di arrivare in fondo a una telefonata è come guidare una Trabant da New York a Los Angeles: tecnicamente fattibile, ma praticamente impossibile.

Sono seduto sotto un albero accanto a un solido cottage estivo ristrutturato da una ingegnosa signora svedese. Gli uccelli cinguettano, non twittano come i miei amici di New York. Apro un romanzo, ”Una breve storia delle donne”, di Kate Walbert, un libro che qualche giorno dopo mi conquisterà. Ma all’inizio, il mio cervello imbottito di dati, è disorientato dalla densità e dalla lunghezza del testo (256 pagine? Quante schermate riempirà?), dall’assalto dei fatti e delle emozioni, dalla sorpresa che qualcuno mi abbia aperto le porte non della sua pagina di Facebook ma delle menti di altre persone. Leggo e rileggo le prime due pagine senza capirci niente. Grandi cose accadono. La Prima Guerra Mondiale. Il movimento delle suffragette. Istintivamente mi viene quasi da premere sulla pagina, sperando che salti fuori qualcosa, un link a un qualsiasi documento rapido e banale. Ma non succede niente.  Lentamente ma inesorabilmente,  proprio quando il sole comincia a tramontare sul fiume Hudson e un altro treno dell’Amtrak passa fischiando dopo aver scaricato a Rhinebeck i suoi profughi digitali, comincio a percepire il mondo attorno a me. Un mondo corporeo e completo, un mondo che non ha bisogno della pressione del mio pollice, perché qui, sotto il salice piangente, il mio imput non ha alcun senso.

Presto i miei amici scenderanno da quell’Amtrak, e mi aiuteranno ad arrostire un animale e delle verdure, tenendo i loro Itelefoni puntati verso il cielo, pregando per un miracolo. Ma le loro preghiere non avranno risposta. “Connessione in corso…” lampeggerà inutilmente sullo schermo, ma nessuno si connetterà. Nel frattempo accadrà qualcosa tipo “notti bianche”: il sole è tramontato eppure no. Con l’animale al sicuro nei nostri stomaci, i whisky di puro malto e le birre davanti a noi, possiamo leggere o parlare a bassa voce di quello che stiamo leggendo, della bellezza e della tristezza di trovarci così vicini alla metà della nostra esistenza (e qui parte il coro dei Cechov e dei Roth) mentre gli acquisti più importanti della nostra vita se ne stanno completamente inutili comodamente nelle tasche dei nostri pantaloncini. Ci ritroviamo a comunicare alla maniera antica, ridendo e sospirando, passandoci oggetti accesi e contenitori di alcolici, tutti presi a facebookarci a vicenda  dal vivo, nella luce estiva che si affievolisce.

Pubblicato il 16 Luglio 2010  sul New York Times Book Review
E in Italia da Internazionale 861, del 27 agosto 2010
L’articolo  originale
http://www.nytimes.com/2010/07/18/books/review/Shteyngart-t.html