Disobedience, di Sebastian Lelio

Ronit ed Esti sono cresciute nello stesso quartiere e fanno parte di una comunità ebraica ortodossa. Ancora giovane, la prima è fuggita da quel mondo, per diventare una stimata fotografa. È tornata a Londra per la morte del padre, un rabbino rispettato da tutti che l’ha disconosciuta dopo la sua partenza. C’è questa scena in cui le due donne, qualche giorno dopo la morte del patriarca, entrano in casa di Ronit. Da una vecchia radio escono le note, immediate ma anche stranianti dato il contesto, di Lovesong dei Cure. Le due donne canticchiano, si guardano, ricordano qualcosa. È una bella scena. Ed è il primo momento in cui intuiamo quello che di lì a pochi minuti i personaggi confesseranno: ovvero che in passato, quando erano ragazze, c’è stata una relazione tra loro. L’attrazione inevitabilmente riaffiora presto, mettendo in crisi l’equilibrio interiore, ma soprattutto “sociale” di Esti, che nel frattempo si è sposata con Dovid reprimendo i suoi sentimenti e i suoi istinti.

Dopo Gloria e Una donna fantastica (premiato con l’Oscar), Sebastian Lelio in Disobedience prosegue il suo discorso sull’emancipazione femminile con una produzione internazionale e stavolta si focalizza su ben due personaggi. A questi va aggiunto uno maschile, Dovid, che alla fine compie un percorso altrettanto tortuoso e liberatorio. Dietro ai discorsi sulla sessualità e il fanatismo religioso, il film dice una cosa non troppo scontata, ossia che le storie d’amore spesso servono agli individui per capire qualcosa di loro stessi e prendere decisioni che travalicano la relazione stessa, che di per sé è un’esperienza che scatena altre esperienze. Insomma l’incontro tra Ronit ed Esti non è il punto di arrivo, ma quello di partenza da cui sciogliere i nodi con il passato e con la “famiglia”. Ronit è infatti quasi una funzione, una detonazione che esplode nella comunità religiosa, mettendo a soqquadro l’intero microcosmo.

Disobedience è un film stimolante e frustrante allo stesso tempo. Cinema affettuoso, ma un po’ troppo sotto controllo. Schematico soprattutto. I personaggi sembrano vivi più nella lettura del testo scritto che nelle immagini. Come se ci fosse qualcosa di meccanico che ne anticipa le mosse. Come spesso avviene nelle storie che raccontano la compressione dei sentimenti in un rigido contesto sociale e culturale, il rischio è quello dell’opera fredda, congelata nelle geometrie del set e della frustrazione emotiva. Lelio in verità prova a scioglierlo questo schematismo e da questo punto di vista è molto aiutato dalle due generose interpreti – Rachel Weisz e Rachel McAdams, la prima anche co-produttrice – che ce la mettono tutta per arricchire la narrazione con una sintonia mentale e fisica. Per questo i piccoli momenti in cui il film si accende sono anche quelli che denotano uno scarto euforico che aumenta positivamente la materia. È chiaro che Lelio è un autore intelligente e molto “pulito” su come raccontare una storia. Qui firma un’opera che procede a strappi, interessante ma che forse abbiamo già visto e sentito da qualche altra parte. Quando i personaggi si liberano della “regola” e si aprono alla possibilità di una nuova forma identitaria, ognuno per la sua strada, siamo alla fine del film e ne potrebbe cominciare un altro forse meno prevedibile e più intenso. Per ora possiamo solo immaginarlo.

Titolo originale: id.
Regia: Sebastián Lelio
Interpreti: Rachel McAdams, Rachel Weisz, Alessandro Nivola, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Cara Horgan, Allan Corduner
Origine: USA, Gran Bretagna, Irlanda, 2017
Distribuzione: Cinema
Durata: 117′