“Django Unchained”, di Quentin Tarantino

“Che cos’è che può spingere i personaggi al loro estremo?”

Quentin Tarantino

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Sono vent’anni che ci appassioniamo e confrontiamo con il cinema di Quentin Tarantino. Al punto che possiamo dire facilmente che il cinema, dopo Le Iene e Pulp Fiction non è stato più lo stesso. Poi si potrà disquisire di quanto il suo cinema sia “completamente originale”, frutto com’è di un esplicito furto dal cinema di tutto il mondo (b-movie, spaghetti western, cinema hongkonghese, ecc…). Ma è una discussione capziosa, inutile. Il cinema di Quentin Tarantino segna la storia del cinema con la stessa vitalità e irriverenza che aveva, vent’anni prima la Nouvelle Vague. E’ il “cinema nell’epoca di blockbusters”, dove l’home cinema si espande nelle case attraverso il vhs prima e il DVD dopo. Dove il film diviene magnifico oggetto da salotto, da vedere rivedere rimaneggiare stracitare, insomma farci quel che ci pare…

 

Ma cosa ci colpisce ogni volta, con irrituale continuità, nel cinema di questo quasi cinquantenne del Tennessee? Tutti dicono: la violenza! Lo stile sopra le righe! I dialoghi costruiti con la sapienza di un fine narratore! La competenza cinefila! La citazione più o meno occulta! E, ultimamente: la ricostruzione di una Storia immaginaria.

Sono tutte affermazioni che restituiscono un cineasta capace, contemporaneamente, di sorprendere e rispondere alle aspettative ogni volta. Ma che sembrano però come sfuggire a qualcosa….

 

Ed ecco Django Unchained, dove finalmente il bambino Quentin può giocare con gli amori della sua infanzia cinefila. E dire che si preferisce Leone e Corbucci a John Ford non è un’eresia puerile, ma una portentosa strategia di marketing culturale, non tanto dissimile a quello che usavano Godard e Truffaut dalla pagine dei "Cahiers du Cinema", quando esaltavano i cineasti dei bmovie americani degli anni cinquanta.  Non ci interessa fare confronti, quanto piuttosto scoperchiare un cinema, come quello di Sergio Corbucci, che ha avuto un suo pubblico ma non una sua critica, che ha avuto il consumo ma non la lettura intellettuale. Cosa piace a Tarantino di Corbucci? Gli eroi. E perché? Perché sono cattivi! “Gli eroi di Corbucci non si possono davvero definire tali – ha scritto Tarantino – nei western di un altro regista sarebbero i cattivi.” E poi il lavoro sulla sottrazione: “Corbucci con il passare del tempo ha continuato a sottrarre importanza al ruolo dell’eroe. In un suo film, I crudeli, non c’è davvero nessuno per cui fare il tifo. Ci sono i cattivi, le vittime, e basta”.

 

Ma come Truffaut e Godard amavano Anthony Mann Howard Hawks ed Alfred Hitchcock, ma poi fecero un film completamente diverso da quello dei loro maestri, così Tarantino “tradisce” il cinema da cui trae ispirazione. In Django Unchained i buoni e i cattivi sono evidentissimi, e la violenza sembra avere una valenza “d’immaginario” molto più accentuata di quella di Corbucci, così indirizzata alla movimentazione della messa in scena. Ed ecco che Franco Nero, in Django, può aspettare nella città deserta tranquillamente i suoi quaranta nemici da solo, per sterminarli con una mitragliatrice appena arrivati a tiro, mentre il protagonista del film di Tarantino deve percorrere una strategia molto più complessa – come lo sono i film di oggi e come lo è il cinema di Tarantino rispetto a Corbucci – per arrivare al suo obiettivo. In uno si celebrava l’elaborazione di un lutto, nell’altro si mette in scena la romantica ricerca della persona amata.

 

Il nazismo per Bastardi senza gloria, il razzismo pre-guerra di secessione in Django Unchained, sono degli archetipi della violenza in sé, della cupa violenza, come lo sono l’immagine di Hitler e quella di un incappucciato del Klu Klux Klan. E qui, come fossimo in Ritorno al futuro 4, Tarantino gode nel suo “riscrivere la Storia”, giocandoci, esteriorizzandola, a volte facendoci anche ridere, ma allo stesso tempo raccontandoci dei “mondi infernali” brutali ed efferati, anche se camuffati da “vite quotidiane” come lo schiavismo del Sud.

 

Oggi Tarantino, col suo cinema “cinefilo” e irriverente, contaminato e citazionista, ma giocosamente analogico e materico (farà mai un film in 3D o a 48 frame?), si trova da una parte il grande cinema classico che sembra trovare continuamente una nuova linfa (Ben Affleck e John Hillcoat che seguono le orme di Robert Redford e Clint Eastwood), dall’altra “cineasti del XX secolo” che smaterializzano l’immagine, frantumano l’immaginario collettivo, portando la visione oltre il “cinema possibile”, in territori dove lo sguardo si confonde con il resto del corpo (The Hobbit, Cloud Atlas, tutto Zack Snyder, ecc…), dove la narrazione diventa inevitabilmente seriale e infinita… 

Né classico né post-digitale, Quentin Tarantino rischia di collocarsi in una “terra di nessuno” del panorama cinematografico, meraviglioso outsider di un cinema dove la parola diventa sguardo, il personaggio si trasforma in paesaggio, e l’azione è l’unico luogo possibile dei sentimenti. E i Nibelunghi di Wagner invadono il selvaggio West….

 

Titolo originale: Id.ù

Regia: Quentin Tarantino

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Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Walton Goggins, Don Johnson, Samuel L. Jackson, Bruce Dern, James Russo, James Remar, Amber Tamblyn, Nichole Galicia, Laura Cayouette, Jonah Hill
Origine: Usa 2012
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Durata: 165'

 

3 commenti

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    anche a me sembra sfuggire qualcosa… ci lascia nel dubbio quella frase rimasta aperta, forse che Tarantino abbia dei segreti nascosti incofessabili? O che il suo cinema sia così inguaribilmente cinefilo da sfuggire alla critica? Recensione imperscutabile, ma quoto pienamente la frase "meraviglioso outsider di un cinema dove la parola diventa sguardo"!

  • Tania Serafini
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    Sono proprio curiosa di vederlo questo film. Ringrazio il recensore per averci fatto annusare il film, senza svelarci troppo della trama. Vizio che hanno la maggior parte dei siti internet, cosa gravissima per noi spettatori !

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    Che attesa!!! esce oggi vero??