(doc) "Ho fatto il mio coraggio", di Giovanni Princigalli

ho fatto il mio coraggioHo fatto il mio coraggio è innanzitutto un flusso di memoria che emerge dal racconto diretto dei protagonisti. Racconti vivi e lucidi riportati in un italiano dalle forti tinte regionalistiche che diventa immediatamente il sintomo di un’italianità che non è andata perduta nel tempo e non è stata cancellata da cinquant’anni trascorsi “in terra straniera”, in quel Canada che tra gli anni ’50 e ’60 divenne il Paese della speranza per molti giovani meridionali che dettero vita alla Petite Italie di Montreal.

Immersi come siamo in una contemporaneità caratterizzata dall’immediatezza della comunicazione a distanza, restiamo stupefatti nell’ascoltare le storie dei protagonisti di questo documentario: persone che si univano in matrimonio – spesso per procura – ovviando così all’insormontabile distanza tra il Canada – terra in cui gli uomini emigravano alla ricerca di un futuro più dignitoso – e il sud Italia povero e contadino nel quale molte donne restavano nell’attesa di poter varcare un giorno l’oceano pronte ad abbandonarsi ad un futuro spesso incerto.


Il meccanismo era semplice: l’uomo e la donna si scambiavano una lettera accompagnata da foto e, se si piacevano, la donna raggiungeva l’uomo e si sposavano; in altri casi il matrimonio avveniva a distanza, dopo di che la donna partiva per il Canada e raggiungeva il suo sconosciuto marito.
La prima parte del documentario approfondisce questa procedura attraverso il racconto diretto di alcune coppie. Storie d’amore talvolta felici – altre volte decisamente meno – vengono alla luce dal flusso della memoria di uomini e donne che scavano nei loro ricordi con straordinaria lucidità per offrire allo spettatore l’intimità di un vissuto personale che, intrecciato con tutti gli altri, consente lo slittamento da un piano strettamente individuale ad uno collettivo.
E tuttavia, l’attaccamento ai volti dei protagonisti e l’interesse nei confronti dei loro racconti lasciano trasparire l’intenzione del regista di non trasformare questo film in una mera illustrazione di carattere sociologico e gli consentono, tra l’altro, di mantenere bene intatta la singolarità di ciascuna storia. Il quadro completo della situazione emerge dalla somma dei dettagli ed è sempre filtrato attraverso il punto di vista dei protagonisti che, riportando la loro esperienza personale, finiscono – involontariamente – per raccontare la società italiana del tempo, la drammatica condizione di povertà dell’Italia meridionale e le difficoltà di adattamento nel passaggio da una società agricola ad una società industriale: dallo scoppiettio della legna nel camino allo sgradevole odore degli impianti di riscaldamento a olio.
Princigalli non rinuncia all’utilizzo di fotografie e video d’archivio, ma ne fa un uso ponderato ed efficace che non toglie troppo spazio alla fisicità dei personaggi che si raccontano: si genera così una tensione narrativa tra una dimensione visiva che è molto spesso al presente e una dimensione sonora che continuamente riecheggia un passato lontano. E c’è spazio anche per il futuro; ma per molti dei protagonisti esso si materializza nell’attesa dell’ultimo grande viaggio.

 

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